Sì, più in alto si può,
gelido inverno appena abbozzato, lo senti dallo spessore dei vestiti, indumenti termici sottili, un tempo erano strati su strati, calzamaglia, dolcevita e il maglione di lana spessa con i fiocchi di neve ricamati, e il cappello pesante con il ponpon.
Oggi, caschetto, collo in pile, sci corti ma corti corti che irridono il vecchio metro e novantacinque. Già, un tempo, con lo lo skipass attaccato ad un filo elastico e se andava bene c’era un specie di girella con la molla a dispetto della tessera magnetica moderna, una sorta di telepass delle nevi.
Un tempo, che è anche oggi, c’erano il caos della massa e delle baite piene di turisti, wurstel e crauti, birra e musica tecno di quota, il brutto che non passa mai di moda. 
Eppure dall’alto, tremila metri e dispari, il paesaggio è ancora mozzafiato, reso limpido dall’aria fredda che ti secca le labbra, allontana il sangue dagli strati superficiali, e ti libera, ti libera come solo lo spaziare incontaminato della natura sa fare.
Gelido il vento, ti fa rintanare dentro i vestiti e la sciarpa, a laciar liberi solo gli occhi, di nuotare e respirare, gli occhi attraverso cui passa l’aria, via d’ingresso inusuale, accesso benedetto.
In quota, in alto, il paesaggio sono vette a susseguirsi, roccia e neve e ghiaccio e solitudine e senso di impotenza e felicità a folate.
In alto il premio è immeritato, nessuna fatica nella salita, ovovia, seggiovia, skilift, nessuna fatica, lo sci, sport di lusso, richiede sudore solo nella discesa, il traguardo si raggiunge a valle, curve perfette e ginocchia intatte, la vetta è passaggio obbligato, dislivello necessario.
Sì, più in lato si può,
a piedi dal basso è un’altra vita, un’altra prospettiva, la vetta è l’arrivo, meritato, sudato, silenzioso.
E’ il silenzio, il silenzio che fa la differenza, il silenzio della fatica, il silenzio a cui non sei piu’ abituato.
Il silenzio di quota è il linguaggio, è il vuoto riempito dall’attrito del vento contro le rocce, dallo spostamento d’aria degli uccelli in volo, dalle parole mute della tua mente che rilascia raziocinio in cambio di percezioni.
Con gli sci, sport di massa, alleggerito dagli impianti di risalita, brutalizzato dal tuz tuz della musica a palla di baita, puoi solo intuirlo, il silenzio, puoi ridurre il campo percettivo del suono, escludere l’olfatto che sa di salamella e senape, escludere per intuire, aiutarti con la vista che punta in alto, sempre di più.
Il silenzio è la felicità della leggerezza, riduzione di ossigeno, libertà, libertà, libertà, di essere solo con te stesso, quello che sei, pregi e difetti, quello che sei, prendere o lasciare, quello che sei, nulla di più e nulla di meno.
Come sempre la felicità pura dura un attimo, uno solo, forse due, perchè la valle aspetta, aspetta la routine, aspetta la professione, aspetta il compromesso, aspetta un abito da indossare a volte stretto e a volte largo, raramente preciso, aspetta l’amore e l’odio, la speranza e la delusione, la fatica, aspetta il bello e il brutto, aspetta il tempo che passa e qualche capello grigio in più e gli occhiali un po’ più spessi, aspetta la tua immagine allo specchio, con gli occhi puntati fissi agli occhi, gioco di rimbalzi e riflessi, domanda inevasa di felicità incontaminata.
Sì, più in alto si può, per un attimo, forse due e poi giù, veloce curvare verso valle, verso il caos, la birra, la grappa, la vita, incongruo frullato di sensazioni, ragionamenti, percezioni, ricordi e speranze.
Sì, più in alto si può, anche solo per un attimo,
forse due.