L'inizio è difficile, andiamo di qua, andiamo di la, mi piace alta, ti piace bassa e larga, stretta a forma di lingua arrotolata su se stessa quasi timida, farcita a gobba, niente mozzarella che siam vegani.
All'angolo no che non sa di niente, sotto il portico troppa fila, a fianco della super rimbomba tutto che non si parla.
L'inizio è difficile e poi, va be' per me è uguale, non fa nulla, dai che si fa tardi.
Ecco vada per il vecchio coso.
Dinamiche di gruppo, dinamiche di vita, esponi, difendi, sostieni, non troppo però, maleducazione in agguato, soffio di vento e siam pari e patta e una pacca sulla spalla.
In macchina. Si va. Si parcheggia. C'è posto.
Seduti, gomiti a filo. Ci sono i grissini avvolti in un Renoir.
Grissini, dai dai resisti, che poi ti riempi.
Macché, che sono buoni pure quelli dell'amico a fianco e due alla volta è molto meglio.
La lista, ecco la lista.
L'indecisione è figlia dell'indeterminatezza dell'essere, del non sapere la fonte e l'approdo, quesito esistenziale inevaso.
Venti tipi di pasta, cinque specie di mozzarella, infiniti ingredienti.
Scarti quelle no, rimangano duecentocinque combinazioni possibili.
Mai rinunciare, non se ne parla, e quattro stagioni mai!
Quattro stagioni mai!
Attorno piovono funghi e prosciutto, alla romana, alla texana, valtellina, mare e funghi, prosciutto acciughe e uovo.
Controlli la media chiara, è ancora piena, per aperitivo un crodino.
Prosciutto acciughe e uovo. Allontanare la ricostruzione metafisica del gusto. Immediatamente!
Marinara senza aglio, con avocado, funghi ma non chiodini, borlotti ma non fagioli.
Amici decisi, determinati, fai segno al cameriere di lasciarti per ultimo.
Sei già ultimo.
Gli ultimi saranno i primi, diceva un tale, illusione pacifista, vana rivalsa sociale, salvifica illusoria elevazione della sconfitta al trono celeste.
Sei ultimo, la penna digitale ticchetta sul taccuino digitale collegato wifi con il pizzaiolo napoletano egiziano, che attende l'ordine sul display al plasma, modello “Poste Italiane”, luci rosse e verdi, numeri a caso e il tuo che non corrisponde mai, ma mai mai al foglietto.
Sospiri un nome a caso, l'ultimo che ti ricordi, “egiziana”, zucchine e zola, già lo zola D.O.P. della valle di luxor.
“Egiziana”, ostenti sicurezza ma è scelta casuale.
Inevitabile è l'affido alla sorte quando l'ora è tarda e la decisione indecisa incombe, gratta e vinci per perdenti, investimento deficitario.
Fortuna, speranza, attesa, alternanza palpitante, anticamera di disillusione.
Mezza bionda che se ne va prima, mezza al primo quarto, zola invisibile, zucchina millimetrica trasparente, alla metà elemosini acqua all'amica, il terzo quarto è gelido, l'ultimo lasci o non lasci, no! finisci.
Sprecare cibo pagato peccato mortale, indigesta digestione postdata al dopo, blocco notturno allo stomaco, foriero di plumbei presagi in sequenza incessante e l'alba come desiderio di rinascita.
Carta dei dolci, prima del caffè.
Se prima era difficile, ora è impossibile.
La carta dei dolci è il cameriere che manda a memoria quarantadue tipologie, ciascuna con minimo quattro varianti.
Panna cotta, meringata, tiramisù, cioccolato e pere, sorbetto.
Il resto sono vane parole disperse nel vuoto cosmico.
Inevitabile è il senso di impotenza nei confronti dell'incapacità mnemomica e se la parte diventa tutto, il tutto assurge al ruolo di impossibile, e l'impossibile si fa piacere mancato, privazione finale.
Ancora ultimo, dopo una sfilza di dolci dei quali ignorarvi l'esistenza e la possibilità.
Cioccolato e pere, fra i primi, impossibile da dimenticare.
Cioccolato e pere, una bella fetta triangolare di torta, fatta in casa, rigorosamente.
L'attesa è un rifugio caldo avvolto nell'odore di stufato in pentola sul camino, con fuori la neve in bufera.
Lo stufato può bruciare e la neve soffocare.
L'evolvere naturale degli eventi irride l'umano desiderio di appagante culinaria felicità.
Da lontano, si vedono i piatti dei dolci, arrivano, finalmente.
Pere e cioccolato?
Alzi la mano come a scuola quando sapevi la risposta e la maestra sapeva che sapevi ma voleva fottere il bulletto dell'ultimo banco che lei sapeva non sapere e ti rimaneva la mano alzata inutilmente, fino all'intervallo.
Il passato ritorna, non a volte, sempre, sconfitta circolare, pegno inevitabile di umana dannazione.
Pere e cioccolato, su un piatto rettangolare enorme, spazio per tre pizze, una grigliata mista di pesce e un porceddu allo spiedo, trionfo di zig zag di cioccolato, così fitti che non distingui il colore del fondo del piatto, panna montata ovunque, dalle forme bizzare, a piramide, a ponte, a coccodrillo, ad astice, a corna e poi un quarto di fragola di bosco fresca, a dicembre.
Buono, gustoso, ma la panna, sai com'è, turbolenza intestinale assicurata, e la fragola fresca è stata colta almeno sei mesi fa.
Buono, buono, ma lei, cioccolato e pere, dove è?
Non c'è!.
C'è, c'è, eccome! E' a forma di cubetto di ghiaccio, stesse dimensioni però, al centro del piatto, all'ombra del colosseo di panna montata, a far bella mostra di sè.
Piatto enorme, scenografia ammiccante e il tuo desiderio inespresso di golosità oversize al centro, a irridere il suo essere infinitamente piccolo e il tuo volere infinitamente grande.
Lo sapevi, è sempre così, ma la speranza è l'ultima, rimane fino alla fine e oltre.
Una fetta di torta cioccolato e pere che sia a forma di fetta di torta, della dimensione e peso di una fetta di torta, su un piattino da dolce piccolo, come quello della nonna.
Senza panna, senza maledetti zig zag di cioccolato.
Senza.
E' vano sperare?