Un difficile distacco, il corpo e la mente, è quasi fine, il delirio russo
Premessa, I tappa, II tappa, III Tappa
C’è questa immagine: un tavolo apparecchiato vissuto, tazze appena usate, il cucchiaino sporco di yogurt, briciole, la punta del coltello con tracce di nutella.
Sullo sfondo la collina che odora di mattino presto, la luce del cielo terso che ancora permette agli occhi di osservare spalancati.
E’ c’è un rumore, o meglio non c’è.
Il distacco dal Nido di Gabbiano è più difficile del previsto, passeresti una intera giornata seduto sotto il bersò, un buon libro, nient’altro.
Ma è la quarta tappa, l’ultima ancora dura, oltre 30 km, Fiesole nel mirino e poi, il giorno dopo, quattro passi, ma quattro davvero, a Firenze.
Un ultimo saluto a Leonardo e Ornella, non prima di aver preso informazioni e raccolto suggerimenti per la nottata a venire.
C’è da capire come risponderanno le gambe.
Al risveglio i polpacci sono duri, i quadricipiti sono duri, le spalle sono dure, i piedi duri anche loro e allora non rimane che tener duro e vedere l’effetto che fa.
L’inizio è una piacevole passeggiata ondeggiante di collina, su strada asfalta non troppo fastidiosa e qualche macchina diretta al vicino campo da golf.
Golf, ovvero una pallina da mettere in un buco piccolo e lontano a forza di mazzate.
Sarà, sarà che ti fa snob, sarà che ti fa noia, sarà che non hai mai provato, sarà che sei prevenuto, sarà che i giocatori di golf sono un po’ così, sarà che non puoi far di ogni erba un fascio, sarà che sei sommariamente qualunquista, sarà che preferisci il tennis passione paterna tramandata. Sarà.
E mentre i pensieri vagano, una coppia di ciclisti sbuca da dietro il dosso, ne hai già incontrati molti durante, ma questi hanno qualcosa di particolare.
Sono ciclisti camminatori, di quelli che vagano con le borse ai lati e dietro c’è attaccato un piccolo carrello, senza completino perfetto su bici perfette in tinta perfetta, di quelli che sui tornanti verso casa si mettono in tre a parlare e se suoni si incazzano pure.
E dire che nonno Gaetano ti ha passato la passione per il ciclismo, e un tappone del Tour de France dalle 10 alle 17 dove non succede nulla, assolutamente nulla, evoca ancora il ricordo e un filo di commozione.
Pedalano rilassanti, non hanno da fare il tempo, e allora si fermano per due chiacchere, parlerà quasi sempre il primo, Maratoneta, mentre il Socio di limiterà a sorridere, annuire e dire poco o nulla, con quella sua voce che sembra piallata dalla carta vetrata di un falegname brianzolo.
All’inizio sono convenevoli, “sul sentiero degli dei?”, “noi in giro da mercoledì e abbiamo sempre schivato la pioggia”, “bello camminare, anch’io ho fatto Santiago”.
Finché noti la scritta sulla borsa “Venezia – Pechino 2009”.
La curiosità si fa domanda, richiesta di spiegazioni.
Maratoneta racconta un po’ di quella avventura, del fatto di avercela fatta, della ricerca di sponsor e dell’indipendenza.
Maratoneta è sui sessanta, occhiali da sole da vista, forse un po’ strabico, cordiale e con i sandali da bici, già le scarpe con gli attacchi, ma fatte a sandalo.
Ti ispira avventura minimale, vagabondaggio casuale, senza tabelle di marcia da rispettare o record mentali da battere.
Il Socio aggiunge poco, più giovane sicuramente, segue il suo profeta e chissà perché ti ricorda Forrest Gump quando correva lungo le strade d’America mentre dietro, pian piano, si formava un gruppo di fedeli discepoli.
Te lo immagini così Maratoneta, mentre con Socio sempre alle spalle, riavvia la bici e pedala lungo la direzione che hai appena calpestato.
Buona fortuna anche a te Maratoneta, che la vita ti conceda ancora molte avventure, libere, autonome per sentirsi vivi, sempre e comunque.
San Pietro a Sieve arriva quasi subito, attraversamento del centro e poi in direzione del castello di Trebbio.
La salita è sterrata, dritta e ripida, fa caldo, le poche macchine che passano rallentano per non alzare troppa polvere, tutte tranne una, che guarda caso è un mega Suv.
In cima c’è il castello e ai suoi piedi una chiesetta dove si fa una sosta, un po’ d’acqua, frutta secca e si pensa a prenotare il B&B per la notte, a Fiesole, sabato sera in mezzo al ponte del 2 giugno.
Speriamo.
Si immagina una breve sosta, ma sarà preludio al delirio russo.
L’amico M telefona, prende accordi per la stanza, il conto, l’ora di arrivo, poi commette un tragico errore.
M, nonostante sia munito di i-phone con mappa incorporata e conosca l’indirizzo del B&B, chiede istruzioni su come arrivare “siamo a piedi” aggiunge “non vorremmo sbagliare strada!”.
Segue una lunga serie di “ah”, “certo”, “a sinistra e poi a destra” finché lo senti bruscamente dire “signora, le passo il mio amico che ha la mappa”.
A. prende il telefono e non fa in tempo a chiedere nulla che ricomincia la lunga sequela di “Certo”, “si si, non dovremmo sbagliare”, “il monte Fanna”.
La telefonata prosegue per dieci minuti buoni, sempre con la dinamica precedente, E comincia a innervosirsi, in ritardo sulla tabella di marcia e ancora lontani dalla meta, M se la ride e tu sonnecchi su i gradini della chiesa.
Finché A riesce finalmente a dire “comunque abbiamo l’indirizzo, non si preoccupi”, poi chiude la telefonata “mah sembrava russa, non ho capito bene che strada dobbiamo fare, dovrebbe essere dopo la discesa dal monte Fanna”.
Non preoccuparsi troppo, si vedrà, riprendere subito il cammino e il ritmo, non c’è tempo da perdere e infatti dopo quasi mezzora ci si accorgere di essere in direzione Arezzo, allora si torna indietro , al punto di sosta. E’ il primo errore della giornata e non sarà l’ultimo.
Segue la strada in discesa verso Tagliaferro dove si spera di trovare un panino da addentare, ma ci sono solo quattro case attraversate dalla statale.
Niente da fare, occorre rimandare lo spuntino e allora si attacca la lunga salita verso il Monte Senario.
Fa caldo, molto, l’acqua comincia a scarseggiare, l’amico E vede la salita ripida, dritta e come al solito parte in quarta.
Non vedrà il cartello segnaletico che indica a destra, A segue a breve poi M e tu come al solito per ultimo.
Tutti e quattro mancherete la deviazione per trovarsi quasi mezz’ora dopo a un punto morto senza sapere che direzione prendere.
Il caldo aumenta, la fame aumenta, i cartelli segnalatori ci sono ma indicano sentieri per cavalli.
Si decide di non prendere scorciatoie o strade che tagliano verso la direzione giusta, si torna indietro all’unico punto dove poteva esserci il bivio.
E il bivio c’è, segnato malissimo, ma c’è e si addentra in un bosco di castagni in via di taglio.
E’ il momento più difficile del viaggio, il sentiero è noioso, i piedi cominciano a far male, lo stomaco si fa sentire ma è la testa il vero problema.
Per la prima volta hai la sensazione di annoiarti a camminare, i neuroni lassù ti chiedono che senso abbia questo continuare a camminare, il paesaggio intorno non aiuta, il cielo comincia a diventare grigio e in lontananza il temporale.
Ti trascini alla Badia del Buonsollazzo, ma è tutto chiuso, la vetta del monte Senario è lontana, non rimane che una sosta veloce sul bordo della strada asfaltata che taglia il sentiero.
L’amico A si leva la scarpe e comincia a incerottare la vescica al piede, anche tu senti il bisogno di levare le scarpe immerso nella solita puzza di pesca e ti accorci della vescica al tallone.
Un cerotto e si riparte, i movimenti sono ancora automatici anche se cerchi di non affaticare troppo il piede, ma è in discesa la parte peggiore.
Un po’ di fatica supplementare ma alla fine si sbuca sul monte Senario, al cospetto del suo Convento.
Prima cosa: una fontanella dell’acqua. Finalmente!.
Ti attacchi al rubinetto, rimani li per un bel po’, fino a dissetarti completamente, subito prima di un ottimo panino alla mortadella.
Rigenerazione condita da un mini pisolino sul prato antistante il convento.
Di nuovo sul sentiero ora, con il temporale alle spalle, sull’asfalto, verso Fiesole ormai in vista e là in fondo, Firenze.
Il sentiero sale e scende aggirando Fiesole e puntando verso il Poggio Pratone e il monte Fanna.
Il temporale gira attorno, poche gocce di pioggia che non danno fastidio.
Quasi alle sette della sera si raggiunge finalmente la vetta del monte e lì parte l’autoscatto sul cippo del Poggio Pratone.
Sarà il suggello dell’intero viaggio.
Le facce sono stanche e sorridenti, c’è la sensazione di essere ormai alla fine, rimane solo discesa, una doccia, una cena, la notte e poi, il giorno successivo Firenze e il freccia rosso del ritorno.
La civiltà, dopo quattro giorni di bosco e poco altro, ti aspetta.
Aspetterà ancora una notte, non c’è fretta.
Si scende dal monte Fanna pensando al B&B, con l’amico A che cerca di ricordare le preziose indicazioni della telefonata mattutina.
La strada sterrata finisce e taglia la via asfaltata che porta a Fiesole.
Si radunano i pensieri e si studia come arrivare al B&B.
Il brainstorming, tre ingegneri e un qualcosa di diverso, verrà bruscamente interrotto dal cartello segnaletico posto proprio in prossimità del punto di discussione “Villa le Capanne a 200 m”.
20 minuti di indicazioni telefoniche per una cosa così semplice?
E’ il delirio russo, molte cose poi si spiegheranno.
La cancellata del B&B si apre e un po’ evoca i cancelli dei film dell’horror che scricchiolano e preannunciano paura.
Il cancello non scricchiola eppure la sensazione rimane.
Ci accolgono la padrona di casa, Olga la russa, e il marito, un ammasso di capelli fitti e un po’ grigi e un volto che disegna sessant’anni di pacata rassegnazione, è un volto da Brav’Uomo.
La prima cosa, dopo avere preso possesso delle camere, è una birra rinfrescante, sotto la struttura esterna che protegge dalla pioggia, che finalmente ha deciso di cadere decisa, subito dopo l’arrivo. Ogni tanto un po’ di fortuna non guasta.
Doccia, pisolino, telefonata alla Perla di Labuan, cena.
Cena, Cena, Cena!
Si mangia alla toscana, antipasto primo e per secondo una buona fiorentina e una bella insalata mista che non c’entra nulla ma che diamine un po’ di verdura!
L’attenzione è rivolta al tavolo davanti, c’è Olga che intrattiene un coppia di russi sui sessanta.
Olga parla, parla e ancora parla, ma è l’espressione di gesso della signora a incuriosire.
Non parla mai, la signora, annuisce solamente, Olga parla, lei annuisce e Olga parla e il marito si estranea e esce a fumare un sigaretta, arriva il cibo e Olga mangia con loro e parla, il suo cibo rimane sul piatto, la coppia ha finito e Olga parla.
I piatti del dolce vengono portati via, caffè, caffè, caffè!, la testa comincia a ciondolare, resisti solo il tempo che Brav’uomo offra l’Amaro Centerbe.
Il bis non sarà per te, ti sono rimaste le energie per salire le scale e lavarti i denti.
Mentre stai per salire in camera, mentre gli amici attaccano il secondo giro di amaro, mentre ti lasci alle spalle il bancone del bar in velluto rosso anni settanta e il pianoforte a coda bianco, mentre la corazza medievale all’angolo sembra augurati buona notte, mentre tutto intorno la vita prosegue come deve e come sa, ti giri solo per un istante verso la sala da pranzo e vedi lei, Olga, che parla, parla e ancora parla.
La signora russa è ancora lì che annuisce ma diresti che se potesse compierebbe una strage.
Ora le voci si fanno sempre più lontane fino a svanire.
Riprenderanno corpo al risveglio, il giorno dopo.
Il giorno della fine.
Per oggi, sipario, grazie.
Coordinate di Tappa:
Il castello di Trebbio: http://www.castellitoscani.com/italian/trebbio.htm
Il Monte Senario e il suo santuario: http://it.wikipedia.org/wiki/Santuario_di_Montesenario
Il B&B “Villa le capanne”, Via Paternese, 2 – Fiesole – http://www.villalecapanne.it
Amaro Centerbe: http://it.wikipedia.org/wiki/Centerba
Note a margine:
L’amico A è un’ottima guida, informata, preparata, precisa, tuttavia a volte non accetta i suggerimenti degli amici.
Come quando, a San Pietro a Sieve, consulterà la piantina per bel po’, nonostante gli amici gli suggerissero di prende la via a destra. Accetterà il consiglio solo quando, alzando lo sguardo dalla mappa, vedrà scendere dalla via a destra, quella consigliata, due ragazze attillate in veste da jogging.
In quel preciso momento non avrà dubbi, nemmeno uno, sulla via da percorrere.
Dai pratoni prima di Fiesole, in lontanza si vede la vetta del monte Senario e il campanile del suo Convento. Solo così, voltandosi e osservando un punto dal quale si è passati tempo prima, si apprezza la distanza e la fatica che si fa per percorrerla.
Il B&B “Villa le Capanne” è carino, immerso nel verde e ha un’ottima vista sulla pianura sottostante, poco fuori Fiesole, posizione ideale.
La cena è discreta e Brav’Uomo è un Brav’Uomo.
La mascotte del B&B è un pony bianco che scorazza libero in giardino. Simpatico e pacato questo Pony bianco, pacato proprio come Brav’Uomo, il suo padrone.
Il Delirio russo si manifesterà nella sua potenza devastatrice al mattino successivo.
Mentre tu e tuoi soci fate colazione, Olga sfoga la sua capacità di fornire indicazioni stradali e dare preziosi suggerimenti sulla coppia di malcapitati russi.
I signori vogliono andare a Greve in Chianti, a degustare vino.
Olga spiega la strada, ritratta, corregge, abbozza addirittura uno schizzo su un pezzo di carta. Da lontano sembra il gioco della settimana enigmistica dove se unisci i punti compare una figura.
Atroce.
Non contenta, Olga chiede al marito suggerimenti sulla strada da percorrere e sui posti dove degustare.
Brav’Uomo, pacatamente esasperato, in piedi vicino al nostro tavolo, la guarda, guarda noi, poi guarda il paesaggio lì fuori e in perfetto toscano “Greve in Chianti, e che sarà mai, New York?”.
Come sopravvivere al delirio russo.
Alla ripartenza, prima dei saluti e dopo aver pagato il conto, Olga ci chiede la strada che intendiamo percorre per raggiungere Firenze a piedi. Non facciamo in tempo nemmeno ad abbozzare una risposta, in realtà siamo terrorizzati, e infatti Olga parte in quarta con la descrizione della via migliore. Questa volta però ci indicherà la strada giusta, quella più comoda per quattro viandanti abituati al bosco e al silenzio che stanno per catapultarsi nel delirio turistico di un ponte primaverile.
E anche questa è un’altra storia.