Il sentiero degli Dei. Da Bologna a Firenze, quattro passi e qualcuno di più. Titoli di coda.

Premessa, I tappa, II tappa, III Tappa,IV Tappa, V Tappa

E’ come quando il film finisce, quasi tutti escono dalla sala, si alzano e a tratti ti impediscono la visuale.
Sullo schermo scorrono nomi e musica in sottofondo, nulla di interessante eppure i titoli di coda sono un modo per rallentare il distacco.

A distanza di un mese ormai, i ricordi di viaggio cominciano a sfumare, attaccati a queste righe buttate giù per divertimento.

Una riflessione, su tutte, è il senso del cammino e il tempo che acquista una dignità diversa.
La percezione definitiva è l’incontro con i ciclisti viandanti, Maratoneta e Socio, il quarto giorno.
E’ un incontro preceduto da molti altri, ma è in quel momento che comprendi che le conoscenze umane, anche superficiali e di poche pretese, richiedono il giusto tempo.

Qualche anno fa hai imparato che viaggiare e vedere città e paesaggi neccessita lo studio di vie secondarie, meno battute, solitarie, alla ricerca del panorama giusto e per certi versi magico.
Ma c’è una grande differenza fra percorrere in auto o a piedi la stessa strada secondaria.
La differenza è enorme, è il tempo dei gesti, del ritmo, il tempo per assaporare i particolari, le sfumature, luci e ombre.
Fermarsi con l’auto in un belvedere, scendere, scattare qualche foto, assaporare per pochi istanti il panorama è come lo stuzzichino prima di un pranzo nuziale.
Puoi intuire il concetto, ma solo intuirlo.

Il cammino dilata il tempo, lo rafforza e la fatica, grande o piccola che sia, aumenta la percezione della ricompensa.
Come nei sentieri di montagna, sudi, fatichi, ti affanni e poi in alto, in cima si apre il mondo, respiri, assorbi, inglobi e ti senti vivo, parte di qualcosa di immenso ed eccezionale.
La felicità è nelle piccole cose, ma serve il tempo anche per le piccole cose.

Nei titoli di coda scorrono i protagonisti e le comparse; sono molti ma alcuni rimangono impressi.
Adriano Delle Valli: buona vita e buona fortuna. Davvero.
Sergio Pozzi: certo che sei strano forte. Rilassati!
Il nido di Gabbiano: mi piacerebbe tornare con la Perla di Labuan. Nella vita non si sa mai.
Olga, la Russa: apprezzo la tua gentilezza e disponibilità, è sincera e si vede. Sei una Brava Donna, ma le indicazioni stradali non fanno per te. Grazie comunque.
La fiorentina: mamma mia!
La Perla di Labuan: grazie per avermi convinto ad andare, nonostante le mie incertezze. Grazie, comunque ti sei liberata di me per cinque giorni!

Poi ci sono i compagni di viaggio, amici da molto ormai:
Amico A., la tua spensieratezza è un piacere.
Amico E., sono felice di come si stia dipanando questo secondo tempo della tua vita, spero che sia così anche per te.
Amico M., era molto che le nostre strade non si incrociavano. E’ sempre un piacere.
A me, PP: non smettere di camminare, apre la mente, cambia i punti di vista, svuota. Non smettere.

Coordinate di Viaggio:

Se tu, lettore casuale, leggi queste righe in cerca di consigli per organizzare il tuo “Sentiero degli Dei”, troverai solo alcuni spunti.
Queste righe sono un diario di viaggio irrazionale e volutamente parziale.

Ecco le nostri fonti per pianificare il viaggio:
“La via degli Dei -da Bologna Firenze sull’antica strada romana e per sentieri di montagna”, editore “Tamari Montagna Edizione” – http://www.tamari.it/

“Il sentiero degli Dei”, WuMing 2, Editore “Ediciclo”, Collana “A passo d’uomo”, pag. 206 – http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=288.
Il libro riporta nelle parti finali una guida di viaggio: sarà essenziale specialmente in Toscana, quando i segna-via si faranno più radi e imprecisi.
Grazie WuMing, la mia stima per voi è sempre solida!

Il sentiero degli Dei. Da Bologna a Firenze, quattro passi e qualcuno di più. Quinta tappa: Fiesole – Firenze

La civiltà, una meritata ricompensa, acqua!, a casa.

Premessa, I tappa, II tappa, III Tappa,IV Tappa

Il cielo è sereno, lì sopra.
Sopra di te, sopra i tuoi compagni di viaggio, sopra le colline di Fiesole, sopra tutti i pensieri che non ci sono stati, sopra la voglia di pace, sopra ogni respiro strappato alla sentiero, sopra questo giorno, l’ultimo.

E l’ultimo giorno è fatto di strada asfaltata e di auto che diventano via via più fitte, anche se lo sfondo naturale delle colline toscane scaccia il senso metropolitano di caos.

L’avvicinamento a Fiesole è una lenta e scanzonata discesa verso la civiltà urbanizzata e suvvizzata di questo secolo tecnologico, connesso, aggiornato, costantemente on line.

Ci sono le tue scarpe da trekking, la polvere e il fango dei sentieri, c’è lo zaino e le racchette, c’è un passo ritmato in automatico.
E ci sono turisti multilingue a spasso, c’è il pullman scoperto, c’è il mercatino dell’usato, ci sono tavolini e menu a prezzo fisso e guide con l’ombrellino rosso alzato con dietro una fila allungata di anime e macchine fotografiche digitali.

C’è la civiltà nel pieno del suo fulgore domenicale turistico.
Bentornato!

La fine del cammino, quella vera, è l’ultima rampa che collega il B&B alla strada che porta a Fiesole.
Il resto è passeggio, progressivo distacco dai boschi e riavvicinamento
alla vita, quella di tutti i giorni.

All’inizio arriva il senso di spaesamento e di fastidio.
All’inizio, poi gli automatismi ritornano e tutto và al proprio posto, verrebbe da dire “tutto torna normale”.
Già ma cosa è “normale”?

Da Fiesole, si vede, lì sotto, Firenze.
Non rimane che scegliere la strada meno battuta e scendere, fra ville e qualche auto, fino alla periferia, noiosa, parcheggiata, chiusa per il fine settimana.
Fino ad una strada a corsie larghe che gira intorno, intorno al centro.

I cartelli ZTL indicano i limite del centro.
Firenze centro.

L’hai vista in gita con le medie, cosa vuoi ricordare?
Poco, solo il vago ricordo della galleria degli Uffizi.
Non rimane che vagare un po’ per il centro, non c’è tempo per godersi la città, prendila come un assaggio, antipasto per un ritorno approfondito in compagnia della Perla di Labuan.

E’ un giorno di caldo, sole e ritmo rallentato.
Pregusti un gelato e la foto sul Ponte Vecchio con gli amici.
Già gli amici con il testa il pranzo.
E. è deciso “conosco un posto, speriamo sia aperto”
M. i-phonizzato cerca l’indirizzo, la mappa, visita il sito internet e legge qualche recensione.
Roba da professionisti.
Il verdetto è unanime, la scelta è presa, direzione Ponte Vecchio.
In una stradina laterale, lì vicino, la ricompensa sta per essere servita con contorno di patate al forno e fagioli all’uccelletto.

Attraversi il centro di Firenze e l’attenzione è alla gente, alla gente che si muove, fa la coda, ride, si abbraccia, consulta le mappe, scatta fotografie.

L’umanità è varia, proviene dal mondo, vasto, multilingue, multigusto, multicolore eppure incredibilmente omologato nel vestire.
E’ la moda, che non vuol dire divisa, vuol dire vestire diversamente uguale.
Ecco la moda è questo: prendi una cinese, una inglese, una tedesca e una italiana.
Le prendi, le affianchi, alte, basse, tonde ma sostanzialmente in canottiera tinta unita, short e infradito.
Togli i colori, le varianti, togli trucco e parrucco e vedrai abiti uguali.

Ma lo spettacolo finisce là dove ne comincia un altro.
Per ultimo varchi la porta de “I latini”.
Sono quasi le 14 e il ristorante è ancora pieno, frastuono di voci e stoviglie, andirivieni di camerieri in divisa, odore di cibo, prosciutti sopra la testa.

La telecamera immaginaria è puntata al centro della sala.
Intorno, turisti sandalati e avventori ben vestiti, famiglie e giovani coppie, intenti a mangiare.
E questi quattro esseri abbigliati da assalto alla vetta con zaini carichi e ingombranti e abiti indossati quattro giorni prima che, fra tavoloni in legno e gomiti di commensali, si avventano noncuranti alla meta preassegnata.
Un cameriere preoccupato accorre e chiede gentilmente gli zaini.
Presto fatto, i quattro cedono i bagagli ma appena il cameriere li afferra, viene immediatamente trascinato verso il basso.
Si aspettava il peso di una borsa per signora, si trova 8 kg per braccio.
Lo si vede allontanarsi con le spalle curve in avanti e gli zaini dietro, che strisciano per terra.
I quattro non ci fanno caso, il vino rosso dal fiaschetto da due litri è già nei bicchieri, il pensiero è alla meritata ricompensa.
Senza dubbio.
E senza dubbio sul tavolo finiscono prosciutto crudo al taglio, pecorino e finocchiona, preludio a due fiorentine capolavoro.
Cantucci col vin santo, caffè, grappa.
E ancora caffè e grappa, e questo non è un errore da copia-incolla.
I quattro lasciano per ultimi il ristorante e per la prima volta la camminata è un po’ incerta, ma non è colpa del sentiero.

Lo stomaco pieno richiede quattro passi spensierati per il centro di Firenze per tirare l’ora della partenza.
Ci sono molti modi per smaltire un pranzo abbondante anche nel bere.
Questa volta non sei tu a scegliere.
E’ Giove pluvio a decidere e a scatenare la sua potenza liquida su te, i tuoi tre amici e Firenze tutta intera, con il suo carico di turisti, negozi e musei.
Una pioggia violenta e incessante si abbatte appena uscito dal ristorante.
E. e M. trovano rifugio sotto un portico.
Tu e A. cercate di sfoderare gli ombrellini portatili, errore fatale.
Quando poco dopo raggiungi E. e M. perfettamente asciutti e al riparo, sei completamente zuppo, senza nulla di asciutto, neppure le mutande.
La pioggia ti hai risparmiato sui monti ma ora ti impedisce la visita della città.
Non importa.
Oggi, proprio non importa.
Ci saranno altri modi e alti tempi, per conoscerti, Firenze.

La fine del viaggio è una foto su Ponte Vecchio sotto l’acqua che insiste.
La fine del viaggio sono i tuoi amici abbandonati alla propria stanchezza sul Freccia Rossa del ritorno.
La fine del viaggio è la chiave della porta di casa che gira e apre.

La Perla di Labuan dorme, Chia ti accoglie scodinzolando, i quattro moschettieri ti salutano ognuno a modo suo.
Sul pavimento c’è uno zaino da disfare.
Fuori c’è buio e silenzio.
Tutto torna.
Buona Notte.

Coordinate di Tappa
Ristorante “I latini”, via dei Palchetti 6/r (Palazzo Rucellai), Firenze – http://www.illatini.com/

Note a margine
A Fiesole, tanto per riallinearsi alla civiltà, seduti al bar della piazza prendiamo un caffè, liscio ovviamente, e un spremuta a testa: 32 euro in totale, sti cazzi!
E la spremuta era super annacquata e con dentro i cubetti di ghiaccio.
Amico E., non ti credevo così attratto dai negozi di fiori, addirittura da fermarti a osservare una bella vetrina floreale apprezzando colori e composizione artistica. O forse era la commessa con minigonna esponenziale?
Al ristorante, una vera pacchia, quasi verso la fine, il cameriere sorridendo “ragazzi, ma quanto mangiate?”. “siano in cammino da quattro giorni” è la risposta corale. Ovviamente sempre a pane e acqua, o no?
Sotto il delirio, una Firenze allagata, fatta di turisti avvolti da k-way modello sacco della spazzatura, nella folla compressa della galleria degli Uffizi, una giovane guida,  intenta a raccogliere le proprie pecorelle disperse, ci guarda, noi le sorridiamo, “è durissima dice”. Ci esce solo “forza”, ma vorremmo dirle di mollare tutto per oggi e gironzolare con noi.
L’immagine che rimane è lei che si butta nella piazza allagata e sgrondante sotto il suo ombrellino minimale e un gruppo di turisti che stenta a seguirla.
Prima di partire, in attesa del Freccia Rossa, troviamo riparo in un bar vicino alla stazione. Al tavolo affianco una coppia parla il nostro accento, le stesse inflessioni, i modi di dire. Sono compaesani di A. e M., anche se non si conoscono.
Siamo a Firenze e siamo già a casa.
E’ il segno della fine.
Ci saranno altre storie, forse, ma questa si è conclusa.
Fine.
Titoli di coda.

Il sentiero degli Dei. Da Bologna a Firenze, quattro passi e qualcuno di più. Quarta tappa: Sant’Agata del Mugello – Fiesole

Un difficile distacco, il corpo e la mente, è quasi fine, il delirio russo

Premessa, I tappa, II tappa, III Tappa

 C’è questa immagine: un tavolo apparecchiato vissuto, tazze appena usate, il cucchiaino sporco di yogurt, briciole, la punta del coltello con tracce di nutella.
Sullo sfondo la collina che odora di mattino presto, la luce del cielo terso che ancora permette agli occhi di osservare spalancati.
E’ c’è un rumore, o meglio non c’è.
Il distacco dal Nido di Gabbiano è più difficile del previsto, passeresti una intera giornata seduto sotto il bersò, un buon libro, nient’altro.

Ma è la quarta tappa, l’ultima ancora dura, oltre 30 km, Fiesole nel mirino e poi, il giorno dopo, quattro passi, ma quattro davvero, a Firenze.

Un ultimo saluto a Leonardo e Ornella, non prima di aver preso informazioni e raccolto suggerimenti per la nottata a venire.

C’è da capire come risponderanno le gambe.
Al risveglio i polpacci sono duri, i quadricipiti sono duri, le spalle sono dure, i piedi duri anche loro e allora non rimane che tener duro e vedere l’effetto che fa.

L’inizio è una piacevole passeggiata ondeggiante di collina, su strada asfalta non troppo fastidiosa e qualche macchina diretta al vicino campo da golf.
Golf, ovvero una pallina da mettere in un buco piccolo e lontano a forza di mazzate.
Sarà, sarà che ti fa snob, sarà che ti fa noia, sarà che non hai mai provato, sarà che sei prevenuto, sarà che i giocatori di golf sono un po’ così, sarà che non puoi far di ogni erba un fascio, sarà che sei sommariamente qualunquista, sarà che preferisci il tennis passione paterna tramandata. Sarà.

E mentre i pensieri vagano, una coppia di ciclisti sbuca da dietro il dosso, ne hai già incontrati molti durante, ma questi hanno qualcosa di particolare.
Sono ciclisti camminatori, di quelli che vagano con le borse ai lati e dietro c’è attaccato un piccolo carrello, senza completino perfetto su bici perfette in tinta perfetta, di quelli che sui tornanti verso casa si mettono in tre a parlare e se suoni si incazzano pure.
E dire che nonno Gaetano ti ha passato la passione per il ciclismo, e un tappone del Tour de France dalle 10 alle 17 dove non succede nulla, assolutamente nulla, evoca ancora il ricordo e un filo di commozione.

Pedalano rilassanti, non hanno da fare il tempo, e allora si fermano per due chiacchere, parlerà quasi sempre il primo, Maratoneta, mentre il Socio di limiterà a sorridere, annuire e dire poco o nulla, con quella sua voce che sembra piallata dalla carta vetrata di un falegname brianzolo.

All’inizio sono convenevoli, “sul sentiero degli dei?”, “noi in giro da mercoledì e abbiamo sempre schivato la pioggia”, “bello camminare, anch’io ho fatto Santiago”.
Finché noti la scritta sulla borsa “Venezia – Pechino 2009”.
La curiosità si fa domanda, richiesta di spiegazioni.
Maratoneta racconta un po’ di quella avventura, del fatto di avercela fatta, della ricerca di sponsor e dell’indipendenza.
Maratoneta è sui sessanta, occhiali da sole da vista, forse un po’ strabico, cordiale e con i sandali da bici, già le scarpe con gli attacchi, ma fatte a sandalo.
Ti ispira avventura minimale, vagabondaggio casuale, senza tabelle di marcia da rispettare o record mentali da battere.
Il Socio aggiunge poco, più giovane sicuramente, segue il suo profeta e chissà perché ti ricorda Forrest Gump quando correva lungo le strade d’America mentre dietro, pian piano, si formava un gruppo di fedeli discepoli.
Te lo immagini così Maratoneta, mentre con Socio sempre alle spalle, riavvia la bici e pedala lungo la direzione che hai appena calpestato.
Buona fortuna anche a te Maratoneta, che la vita ti conceda ancora molte avventure, libere, autonome per sentirsi vivi, sempre e comunque.

San Pietro a Sieve arriva quasi subito, attraversamento del centro e poi in direzione del castello di Trebbio.
La salita è sterrata, dritta e ripida, fa caldo, le poche macchine che passano rallentano per non alzare troppa polvere, tutte tranne una, che guarda caso è un mega Suv.
In cima c’è il castello e ai suoi piedi una chiesetta dove si fa una sosta, un po’ d’acqua, frutta secca e si pensa a prenotare il B&B per la notte, a Fiesole, sabato sera in mezzo al ponte del 2 giugno.
Speriamo.
Si immagina una breve sosta, ma sarà preludio al delirio russo.

L’amico M telefona, prende accordi per la stanza, il conto, l’ora di arrivo, poi commette un tragico errore.
M, nonostante sia munito di i-phone con mappa incorporata e conosca l’indirizzo del B&B, chiede istruzioni su come arrivare “siamo a piedi” aggiunge “non vorremmo sbagliare strada!”.
Segue una lunga serie di “ah”, “certo”, “a sinistra e poi a destra” finché lo senti bruscamente dire “signora, le passo il mio amico che ha la mappa”.
A. prende il telefono e non fa in tempo a chiedere nulla che ricomincia la lunga sequela di “Certo”, “si si, non dovremmo sbagliare”, “il monte Fanna”.
La telefonata prosegue per dieci minuti buoni, sempre con la dinamica precedente, E comincia a innervosirsi, in ritardo sulla tabella di marcia e ancora lontani dalla meta, M se la ride e tu sonnecchi su i gradini della chiesa.
Finché A riesce finalmente a dire “comunque abbiamo l’indirizzo, non si preoccupi”, poi chiude la telefonata “mah sembrava russa, non ho capito bene che strada dobbiamo fare, dovrebbe essere dopo la discesa dal monte Fanna”.
Non preoccuparsi troppo, si vedrà, riprendere subito il cammino e il ritmo, non c’è tempo da perdere e infatti dopo quasi mezzora ci si accorgere di essere in direzione Arezzo, allora si torna indietro , al punto di sosta. E’ il primo errore della giornata e non sarà l’ultimo.

Segue la strada in discesa verso Tagliaferro dove si spera di trovare un panino da addentare, ma ci sono solo quattro case attraversate dalla statale.
Niente da fare, occorre rimandare lo spuntino e allora si attacca la lunga salita verso il Monte Senario.

Fa caldo, molto, l’acqua comincia a scarseggiare, l’amico E vede la salita ripida, dritta e come al solito parte in quarta.
Non vedrà il cartello segnaletico che indica a destra, A segue a breve poi M e tu come al solito per ultimo.
Tutti e quattro mancherete la deviazione per trovarsi quasi mezz’ora dopo a un punto morto senza sapere che direzione prendere.
Il caldo aumenta, la fame aumenta, i cartelli segnalatori ci sono ma indicano sentieri per cavalli.
Si decide di non prendere scorciatoie o strade che tagliano verso la direzione giusta, si torna indietro all’unico punto dove poteva esserci il bivio.
E il bivio c’è, segnato malissimo, ma c’è e si addentra in un bosco di castagni in via di taglio.

E’ il momento più difficile del viaggio, il sentiero è noioso, i piedi cominciano a far male, lo stomaco si fa sentire ma è la testa il vero problema.
Per la prima volta hai la sensazione di annoiarti a camminare, i neuroni lassù ti chiedono che senso abbia questo continuare a camminare, il paesaggio intorno non aiuta, il cielo comincia a diventare grigio e in lontananza il temporale.
Ti trascini alla Badia del Buonsollazzo, ma è tutto chiuso, la vetta del monte Senario è lontana, non rimane che una sosta veloce sul bordo della strada asfaltata che taglia il sentiero.

L’amico A si leva la scarpe e comincia a incerottare la vescica al piede, anche tu senti il bisogno di levare le scarpe immerso nella solita puzza di pesca e ti accorci della vescica al tallone.
Un cerotto e si riparte, i movimenti sono ancora automatici anche se cerchi di non affaticare troppo il piede, ma è in discesa la parte peggiore.
Un po’ di fatica supplementare ma alla fine si sbuca sul monte Senario, al cospetto del suo Convento.

Prima cosa: una fontanella dell’acqua. Finalmente!.
Ti attacchi al rubinetto, rimani li per un bel po’, fino a dissetarti completamente, subito prima di un ottimo panino alla mortadella.
Rigenerazione condita da un mini pisolino sul prato antistante il convento.

Di nuovo sul sentiero ora, con il temporale alle spalle, sull’asfalto, verso Fiesole ormai in vista e là in fondo, Firenze.
Il sentiero sale e scende aggirando Fiesole e puntando verso il Poggio Pratone e il monte Fanna.
Il temporale gira attorno, poche gocce di pioggia che non danno fastidio.

Quasi alle sette della sera si raggiunge finalmente la vetta del monte e lì parte l’autoscatto sul cippo del Poggio Pratone.
Sarà il suggello dell’intero viaggio.

IMG_3288Le facce sono stanche e sorridenti, c’è la sensazione di essere ormai alla fine, rimane solo discesa, una doccia, una cena, la notte e poi, il giorno successivo Firenze e il freccia rosso del ritorno.
La civiltà, dopo quattro giorni di bosco e poco altro, ti aspetta.
Aspetterà ancora una notte, non c’è fretta.

Si scende dal monte Fanna pensando al B&B, con l’amico A che cerca di ricordare le preziose indicazioni della telefonata mattutina.
La strada sterrata finisce e taglia la via asfaltata che porta a Fiesole.
Si radunano i pensieri e si studia come arrivare al B&B.
Il brainstorming, tre ingegneri e un qualcosa di diverso, verrà bruscamente interrotto dal cartello segnaletico posto proprio in prossimità del punto di discussione “Villa le Capanne a 200 m”.

20 minuti di indicazioni telefoniche per una cosa così semplice?
E’ il delirio russo, molte cose poi si spiegheranno.

La cancellata del B&B si apre e un po’ evoca i cancelli dei film dell’horror che scricchiolano e preannunciano paura.
Il cancello non scricchiola eppure la sensazione rimane.
Ci accolgono la padrona di casa, Olga la russa, e il marito, un ammasso di capelli fitti e un po’ grigi e un volto che disegna sessant’anni di pacata rassegnazione, è un volto da Brav’Uomo.
La prima cosa, dopo avere preso possesso delle camere, è una birra rinfrescante, sotto la struttura esterna che protegge dalla pioggia, che finalmente ha deciso di cadere decisa, subito dopo l’arrivo. Ogni tanto un po’ di fortuna non guasta.

Doccia, pisolino, telefonata alla Perla di Labuan, cena.
Cena, Cena, Cena!
Si mangia alla toscana, antipasto primo e per secondo una buona fiorentina e una bella insalata mista che non c’entra nulla ma che diamine un po’ di verdura!
L’attenzione è rivolta al tavolo davanti, c’è Olga che intrattiene un coppia di russi sui sessanta.
Olga parla, parla e ancora parla, ma è l’espressione di gesso della signora a incuriosire.
Non parla mai, la signora, annuisce solamente, Olga parla, lei annuisce e Olga parla e il marito si estranea e esce a fumare un sigaretta, arriva il cibo e Olga mangia con loro e parla, il suo cibo rimane sul piatto, la coppia ha finito e Olga parla.

I piatti del dolce vengono portati via, caffè, caffè, caffè!, la testa comincia a ciondolare, resisti solo il tempo che Brav’uomo offra l’Amaro Centerbe.
Il bis non sarà per te, ti sono rimaste le energie per salire le scale e lavarti i denti.

Mentre stai per salire in camera, mentre gli amici attaccano il secondo giro di amaro, mentre ti lasci alle spalle il bancone del bar in velluto rosso anni settanta e il pianoforte a coda bianco, mentre la corazza medievale all’angolo sembra augurati buona notte, mentre tutto intorno la vita prosegue come deve e come sa, ti giri solo per un istante verso la sala da pranzo e vedi lei, Olga, che parla, parla e ancora parla.
La signora russa è ancora lì che annuisce ma diresti che se potesse compierebbe una strage.

Ora le voci si fanno sempre più lontane fino a svanire.
Riprenderanno corpo al risveglio, il giorno dopo.
Il giorno della fine.
Per oggi, sipario, grazie.

Coordinate di Tappa:
Il castello di Trebbio: http://www.castellitoscani.com/italian/trebbio.htm
Il Monte Senario e il suo santuario: http://it.wikipedia.org/wiki/Santuario_di_Montesenario
Il B&B “Villa le capanne”, Via Paternese, 2 – Fiesole – http://www.villalecapanne.it
Amaro Centerbe: http://it.wikipedia.org/wiki/Centerba

Note a margine:
L’amico A è un’ottima guida, informata, preparata, precisa, tuttavia a volte non accetta i suggerimenti degli amici.
Come quando, a San Pietro a Sieve, consulterà la piantina per bel po’, nonostante gli amici gli suggerissero di prende la via a destra. Accetterà il consiglio solo quando, alzando lo sguardo dalla mappa, vedrà scendere dalla via a destra, quella consigliata, due ragazze attillate in veste da jogging.
In quel preciso momento non avrà dubbi, nemmeno uno, sulla via da percorrere.
Dai pratoni prima di Fiesole, in lontanza si vede la vetta del monte Senario e il campanile del suo Convento. Solo così, voltandosi e osservando un punto dal quale si è passati tempo prima, si apprezza la distanza e la fatica che si fa per percorrerla.
Il B&B “Villa le Capanne” è carino, immerso nel verde e ha un’ottima vista sulla pianura sottostante, poco fuori Fiesole, posizione ideale.

La cena è discreta e Brav’Uomo è un Brav’Uomo.
La mascotte del B&B è un pony bianco che scorazza libero in giardino. Simpatico e pacato questo Pony bianco, pacato proprio come Brav’Uomo, il suo padrone.
Il Delirio russo si manifesterà nella sua potenza devastatrice al mattino successivo.
Mentre tu e tuoi soci fate colazione, Olga sfoga la sua capacità di fornire indicazioni stradali e dare preziosi suggerimenti sulla coppia di malcapitati russi.
I signori vogliono andare a Greve in Chianti, a degustare vino.
Olga spiega la strada, ritratta, corregge, abbozza addirittura uno schizzo su un pezzo di carta. Da lontano sembra il gioco della settimana enigmistica dove se unisci i punti compare una figura.
Atroce.
Non contenta, Olga chiede al marito suggerimenti sulla strada da percorrere e sui posti dove degustare.
Brav’Uomo, pacatamente esasperato, in piedi vicino al nostro tavolo, la guarda, guarda noi, poi guarda il paesaggio lì fuori e in perfetto toscano “Greve in Chianti, e che sarà mai, New York?”.
Come sopravvivere al delirio russo.
Alla ripartenza, prima dei saluti e dopo aver pagato il conto, Olga ci chiede la strada che intendiamo percorre per raggiungere Firenze a piedi. Non facciamo in tempo nemmeno ad abbozzare una risposta, in realtà siamo terrorizzati, e infatti Olga parte in quarta con la descrizione della via migliore. Questa volta però ci indicherà la strada giusta, quella più comoda per quattro viandanti abituati al bosco e al silenzio che stanno per catapultarsi nel delirio turistico di un ponte primaverile.
E anche questa è un’altra storia.

Il sentiero degli Dei. Da Bologna a Firenze, quattro passi e qualcuno di più. Terza tappa: Madonna dei Fornelli – Sant’Agata

La futa, l’osteria bruciata, due sbagliati, buona notte.

Premessa, I tappa, II tappa

E tre.
Terzo giorno, terza meta.
Il corpo è ben oliato, incremati i piedi.

E’ presto, 7.30, il paese è al risveglio, le persiane delle case sono ancora chiuse e un cielo lì sopra che presagisce sole a dispetto delle previsioni meteo.
E allora crema solare fattore 20, anche se il cappello alla Sampei protegge il viso e le orecchie.
Già i lobi delle orecchie avvezzi alla scottatura, superficie sovraesposta.

Il ritmo è subito salita e lì davanti, 15 km più in là, il passo della Futa, ad attendere.
Toscana in vista.
Quasi subito il bosco diventa fitto, umido di pioggia, la crema 20 blocca la traspirazione e le nuvole, ormai imperanti, ne rendono totalmente vano l’impiego.
La crema per il sole è al cocco, quella maledetta per i piedi sa di pesca, intruglio malefico misto al sudore d’umano, ma in cammino è un lasciapassare.
La via Flaminia Militare mostra il suo ingegno e il suo fascino discontinuo, le nuvole sono basse e il respiro si fa vapore che condensa, come in autunno.
Intorno, grigio, grigio ovunque.
Il bosco sono operai al lavoro, a disboscare, tagliare, ripulire, è rumore di motosega, eco lontano di autostrada, sentiero carrozzabile infangato e pesante, scivoloso, segnato dalle tracce dei trattori.

Lo scollinamento in Toscana disegna un paesaggio che si apre un po’, contempli il cambio di prospettiva finché compare un uomo, solo, sui sessanta, pantaloni mimetici infilati negli scarponi, un bastone in legno, di quelli trovati per caso e un cane piccolo e saltellante a far da compagnia.
Attacca discorso con lo sguardo verso il panorama “Siete sul sentiero degli Dei?, Anch’io lo stavo facendo. Poi ieri mi sono fatto male a una caviglia, così mi sono accampato con la tenda nel boschetto lì in basso, dove c’è una sorgente. Seguitemi”.
Solitary Man precede, mostra, ragguaglia di persone passate il giorno prima, consiglia percorsi alternativi, suggerisce prosecuzioni del viaggio, avvisa di punti difficili e di salite.
Parla prevalentemente con l’amico A., la guida del gruppo, lo studioso di mappe e di sentieri, gli parla ma non lo guarda mai, la vista spazia ai campi de i “Capannoni”.
Si mangia qualcosa, rifornimento d’acqua alla fonte e il saluto a Solitary Man, appostato su una piattaforma in legno a metà di un albero.
Anche oggi il cammino ha servito il suo personaggio quotidiano.

Si prosegue verso la Futa.
La Futa, 4 giovini, si fa per dire, che inneggiano alla Futa.
W la Futa, la Futa s’è desta, Che razza di Futa.
Il non senso trova terreno fertile nella mente libera, svuotata.
La goliardia fa il resto.

E la Futa arriva, il sentiero sbuca sulla statale poco sopra la rotonda, che è il passo della Futa.
E lì, improvviso, uno strano monumento, imponente, largo alla base, appuntito sulla cima.
Un prato verde regolare, regolarissimo, intervallato da pietre con inciso nome, cognome e due date.
La Bandiera Italiana e quella Tedesca affiancate, militari con mostrine tedesche a tagliare l’erba.

E’ il cimitero militare dei morti tedeschi durante la seconda guerra mondiale.
Entri in silenzio, è la parte dei cattivi, è un cimitero.
E’ una distesa di lapidi e nomi, date, intervalli di vita bruciata, una generazione mandata al macello e non importa di quale razza, lingua o religione. 30.683 i sepolti, molti senza nome.
Non 30.000, 30.683 per contarli uno a uno.
La guerra è guerra, distruzione, annientamento di generazioni e di sogni, speranze che saltano in aria al primo lancio di granata.
I morti sono morti.
Un nome fra molti, Franz Daum 24/7/1925 – 13/12/1944, quasi vent’anni. E’ la normalità, stramaledetta normalità.
Ti ricordi il cimitero degli americani in Normandia, croci bianche allineate e coperte con il mare sullo sfondo.
La guerra è la guerra e i cimiteri ne sono la cicatrice a vista.
Guerra scientifica, guerra lampo, guerra necessaria, guerra senza scontri, guerra di assistenza, guerra di religione, guerra di libertà.
Guerra. Morti. Cimiteri. Nient’altro.

Lasciarsi alle spalle il cimitero ma non il ricordo, non le date, non i nomi.
Ricordare cosa è stato, ricordare i racconti dei nonni, uno al fronte in Sicilia, l’altro espatriato in fuga dai fascisti e le nonne a sopravvivere e sperare, una lettera, un segno, il ritorno.
Non dimenticare.

Una pausa, un po’ d’acqua, una barretta energetica e un po’ di frutta secca.
Arrivare al Sergente per la pausa pranzo.
Fatichi, gli amici anche, le energie stanno finendo, serve cibo.
E cibo è.

C’è il ristornate e c’è un cartellone scritto a pennarello “Primo, acqua, caffè, 7 euro”.
Mangiare un panino, restare leggeri mancano ancora 15 km all’arrivo, o almeno così si spera, e così proprio non sarà.
Ok per un panino e acqua naturale.
Sul tavolo però ci finiscono quattro piatti di pappardelle al sugo di cinghiale e quattro birre.
Già restare leggeri, come no!

Un po’di pausa, i piedi affaticati scalzi, con le dita divaricate che l’aria fresca passa in mezzo, come quando eri in fasce e mamma non riusciva a metterti le calze perché avevi sempre le dita dei piedi spalancate.
Un po’ di pausa, solo un po’ che il monte Gazzaro attende e poi una lunga discesa di molti chilometri verso Sant’Agata del Mugello.

All’inizio le pappardelle fanno sentire il loro peso.
All’inizio, perché poi si riveleranno carburante indispensabile.

Si sale, dritto per dritto verso la cima del monte Gazzaro, il vento soffia forte, fastidio per tutta la giornata.
La cima arriva presto e la discesa richiede attenzione, ma l’abitudine ai sentieri di montagna aiuta.
E. e A. si gettano di corsa in discesa, l’amico M. ti aspetta e scendete con calma fino al passo dell’Osteria bruciata.

Il “passo dell’osteria bruciata”, riecheggia vagamente “la Locanda del Puledro Impennato”, dove Frodo & Co. attendevano Gandalf e trovarono Aragorn, il re.
Il nome evoca contrabbando, imboscate, cavalieri,
straccioni, stalle, puttane, umido e puzza.

Al passo, un uomo con cane ti saluta, cordialità di montagna e quattro parole.
La tua storia, la sua storia.
Chiede se stai percorrendo “il sentiero degli dei”.
Alla risposta affermativa sorride “5 giorni per fare quello che si fa con il treno in 35 min”
Se la ride e si complimenta.

“5 giorni per fare quello che si fa con il treno in 35 min”
Appropriarsi del tempo, dilatarlo, assaporarlo è ormai un privilegio.
Il tempo passa veloce, così veloce che si trascina con sé le cose della vita che nemmeno senti scorrere più addosso.

Racconta dell’Osteria Bruciata, che non c’è ovviamente, c’era in un passato remoto, racconta dei boschi e del contrabbando, di briganti, di Guelfi e Ghibellini e consiglia un libro “i signori dell’Appennino” e si allontana alla ricerca di una sorgente che aveva scoperto da bambino.

Ora domina la discesa, lunga, lunga, ma il cielo è sereno e la luce di pomeriggio assolato inoltrato ha preso il sopravvento.
Le ginestre in fiore fanno da contorno al sentiero e delimitano la vista sulle colline toscane, verdi, arate, casolari sparsi, viali con cipressi e cielo blu.
Praticamente cartolina.

Oltre 30 km percorsi, i piedi sentono la minima sconnessione del terreno, si procede per inerzia, ma sei alla meta, anche se non c’è ancora certezza per la notte.

All’ingresso di Sant’agata del Mugello, si prendono informazioni dal signore che bagna l’orto.
E’ disponibile, chiede la provenienza, suggerisce qualche numero di telefono di B&B, propone un passaggio in auto.

Le prime telefonate vanno buche, non c’è posto eppure di turisti nemmeno l’ombra.
Ma è l’ora dell’aperitivo, ancora un ultimo chilometro verso il centro paese e poi si vedrà.
I vecchietti sulla panchina salutano, domandano, fanno complimenti, ma l’obiettivo è il bar in centro.
Bar, minimarket, tabaccheria, cartoleria, frutta e verdura. Tutto in uno.

Prima però M. telefona all’ultimo numero a disposizione, c’è posto, ci sono ancora quattro chilometri da percorrere ma è fatta, anche questa sera una doccia e un letto.

Lo spirito è rinfrancato anche se non del tutto, c’è da raccogliere le ultime energie e godersi il tepore dell’ora aperitivo.
Due sbagliati e un po’ di patatine aiuteranno.

Riparti, stranamente pimpante, e come te i tuoi soci, chissà come mai.
Gli ultimi chilometri sono strada sterrata in piano, su un leggero crinale e le colline sotto e intorno e verde di prato e luce di tramonto a pacificare, semplicemente, come solo l’armonicità della natura sa fare.

Il B&B Il Nido di Gabbiano ti accoglie, Leonardo e Ornella ti ospitano nella loro casa, elegante, rilassante.
Un’ottima doccia, la vista sulla campagna, i piedi nudi sul prato, la notte stellata.
Nel momento giusto al posto giusto.
il nido del gabbiano
A volte capita.

La tappa, quasi due in una, è stata dura, appagante, sarà la migliore.
Non rimane che il riposo.
Buona notte.

Coordinate di tappa
Il Cimitero Militare Germanico del Passo della Futa: http://it.wikipedia.org /wiki/Cimitero_Militare_Germanico_della_Futa
Il Sergente, loc. Monte di Fo’, Barberino del Mugello – www.ilsergente.it
Il libro “I signori dell’Appennino” di Riccardo Bellandi, Mauro Pagliai editore.
Il Bar di Sant’agata del Mugello: riferimenti non pervenuti, ma è in centro, dietro la chiesa, impossibile sbagliare, e’ l’unico!
Lo “sbagliato”: http://it.wikipedia.org/wiki/Negroni_sbagliato
Bed & Breakfast Il Nido di Gabbiano – Via di Gabbiano 15 – Loc. Gabbiano, Scarperia – www.ilnidodigabbiano.it

Note a Margine
Leonardo e Ornella, da Firenze, per seguire una passione. Il B&B Il Nido di Gabbiano è veramente bello e l’accoglienza è ottima e mai invadente. Le quattro chiacchere del mattino successivo saranno piacevoli e non scontate. Da ricordare per un prossimo passaggio nel Mugello. IMG_3221 (2)
Un altro cartello da ricordare “A passo d’uomo”: ma certo, siamo qui per questo!
Perché gli amici M e A hanno sempre la camera migliore, addirittura quella con l’idromassaggio per i piedi?
L’Amico E, compagno di stanza, ma non di letto, come ci tiene a precisare, che dice “Attendo PP, che qui è tutto preciso. In bagno ci sono gli asciugamni bianchi e quelli panna. Io prendo quelli panna e tu i bianchi. Chiaro?”. Chiaro, caro ingegnere, chiaro.
L’amico A, passati i 25 km dalla partenza, ricomincia a vaneggiare in bolognese maccheronico. Ci preoccupiamo ma lo sbagliato rimetterà tutto a posto.
Lo sbagliato, seppur nel bicchiere piccolo, è costato 2,50 €. Per noi gente di metropoli una pacchia.
Peccato non essersi fatti riempiere le borracce.
“Scusi dov’è il bagno?”. Il barista è preciso preciso preciso: ”In fondo, a sinistra, sinistra e poi sinistra”. In effetti si passa il bancone del bar e si svolta a sinistra, poi a sinistra dopo il banco frutta e carne quindi a sinistra subito prima del mini reparto surgelati. Più sinistra di così!
I piedi resistono anche se i primi segni di usura cominciano a vedersi. Niente crema puzzolente per la notte.
Sarà un errore, ma anche questa è un altra storia.

Il sentiero degli Dei – Da Bologna a Firenze, quattro passi e qualcuno di più. Seconda tappa Badolo – Madonna dei Fornelli

Un nuovo inizio, uno scrittore speciale, le pale eoliche e un paese nonsenso

Premessa, I tappa

Non è il primo giorno eppure hai la sensazione che il viaggio cominci realmente oggi, come se prima fosse solo riscaldamento.

Posizioni meglio lo zaino, le spalle reclamano la fatica di ieri, sfoderi le racchette da tracking regolate all’altezza giusta, quale non importa.

La via è tracciata, l’inizio è percorrere la Flaminia Militare, impronta delle nostre origini, ingegno di un popolo comunque avanti.

Chiaccheri con gli amici, goliardia maschile, aria da single anche solo per qualche giorno, hai fiato, scarsa fatica, sei ancora in pianura.
Presto il respiro diventa più affannoso, la distanza dai compagni aumenta, lo sguardo spazia meno all’intorno, l’attenzione è ai passi, piccoli e ritmati.
E’ il segno della salita.
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In cima, il Monte Adone ti aspetta per aprirti la visuale sull’Appennino bolognese ma la prospettiva è  grigia di nebbia e non ti rimane che immaginare i pendii verdi solcati dalla traccia dell’umano.
Prima della discesa, ecco i primi camminatori zainati, quattro parole per scoprire che sono sulla stessa via e una strana sensazione di fastidio t’invade, ingiustificata, demolisce il sogno bucolico di elitaria avventura.

Il seguito è avvicinamento noioso di sterrato e asfalto verso Monzuno, affiancamento e sorpasso di altri viandanti, con la pancia che progressivamente richiede attenzione.
La barretta energetica cioccolato e cocco sarà anche utile, ma era in sconto del 30% e così ne hai fatto una bella scorta, ma solo di quelle al cioccolato e cocco, che gli altri gusti in saldo erano finiti.
Non rimane che sognare un buon panino con mortadella tagliata di fresco.

E proprio quando la speranza sembra vana, l’attesa ancora lunga, senti l’amico M che qualche metro più avanti urla “Ragazzi, si mangia!”.
E’ un ristorante, ma di quelli che fanno osteria di provincia e allora attendi al bancone che l’oste finisca di servire ai tavoli per chiedere cibo.
Già un ristorante osteria con vendita di libri gialli del maresciallo seriale “Sammarco”, che ritraggono in copertina, con sguardo alla Faletti, un volto incredibilmente somigliante all’oste.

Sergio Pozzi, il ristoratore scrittore di “Sangue sul Monte di Venere” e “Il cecchino casuale” comincia a raccontare la fuga da Bologna per l’avventura culinaria, l’abbandono della professione pubblicitaria di città per la provincia e la pace.
Ma la pace è prima di tutto una predisposizione di spirito e se sei incazzato con il mondo è molto probabile che il mondo lo sia con te.
E la speranza di nuova vita diventa difficoltà, diffidenza dei nativi, presenza ingombrante che aumenta l’odio e la rabbia.
E allora i libri nascono come sfogo, lavaggio pubblico di peccati privati.
La finzione narrativa pesca a piene mani dalla realtà, ma c’è la sensazione che alla fine la finzione abbia invaso la realtà, come un rigurgito di cui non si comprende più il limite e la causa prima.

Il panino alla mortadella è semplice e gustoso, una fetta di torta accompagnata da vino dolce rendono la pausa piacevole. Il caffè e il conto sono il saluto.
C’è voglia di un pranzo completo, ma il tempo e lo scopo lo impediscono.
Sergio Pozzi, che il tuo maresciallo Sammarco sia presto una fiction televisiva da prima serata su Rai Due e che il mondo della finzione non si impossessi della tua realtà.

Il passo è ora rinfrancato e puoi cominciare l’aggiramento del monte Venere, la salita non è faticosa e i discorsi con gli amici si fanno liberi e mai dovuti.
In cammino, quando la fatica è elemento principale ma non ancora vincolate, il discorso diventa libero e mai forzato.
In cammino, quando c’è la fatica, il silenzio è la regola e il parlato l’eccezione.

Ogni tanto qualche pausa, qualche scollinamento e qualche discesa, finché sotto il parco eolico, ormai alla meta, l’amico A, ipnotizzato dal moto ritmico delle pale, comincia a formulare discorsi sconclusionati conditi con un maccheronico accento bolognese.
I giorni successivi confermeranno che la soglia dei 25 km segnala l’inizio del delirio.

L’arrivo a Madonna dei Fornelli è la consapevolezza che la prenotazione dell’albergo è stato un errore, eccessiva fretta di una doccia e un letto sicuro.
Il paese è gente del posto e qualche gruppo di camminatori incrociati lungo il percorso, saluti di cortesia e attesa della cena.
Il paese è un residuo di villeggiatura anni settanta e seconde case, è una piazza centrale con due alberghi uno accanto all’altro su un angolo, un B&B sull’altro e gli altri due occupati dalla pizzeria e dalla chiesa con gli interni perlinati.
C’è anche un Luna Park, poco fuori, con molti camion dei giostrai e poche giostre.
Un luna park con le catene grandi e le catene piccole, la prova di forza per bulli adolescenti motorizzati con l’apecar assettato, ma senza autoscontri.
Un luna park senza autoscontri non è un luna park, è un ammasso di neon e musica tecno di serie B senza speranza e nessuna fortuna.

La cena è consumata nell’albergo di fianco nell’attesa, vana, di un ottimo pasto.
6 – -, lo stomaco pieno ma forse una margherita sarebbe andata meglio.
A letto presto che domani c’è il tappone da oltre 30 km, doppiare la tappa prevista dalla guida, per arrivare prima a Firenze e godersi lo struscio domenicale in centro, zainato e puzzolente in mezzo a turisti in saldali improbabili e gente locale agghindata da festa.

“Domani, a che ora per colazione?” chiede il figlio trentenne della proprietaria d’albergo, cicciottello, occhiali bassi sul naso, jeans a cavallo basso, spalle ricurve verso il basso e una voglia di fare decisamente puntata verso il basso.
“Alle sette”, è l’amico A, ora in pieno possesso delle proprie facoltà mentali.
“Alle sette?” ribatte incredulo il figlio.
La faccia dei viandanti è una sentenza.
Inforca il telefono, dall’alto capo si intuisce l’assenso della madre.
La buona notte del figlio è un sussulto di operosità “alle sette?! Tanto io non ci sarò”
SuperSminchia, il supereroe paladino degli sfaccendati di tutto il mondo, perderebbe sicuramente il confronto con questo “figlio operoso”.

Ai camminatori non rimane che l’ultima fatica di giornata, il piano di scale verso il riposo.

Coordinate di tappa
Il ristorante di Sergio Pozzi: Gustavino & Passalacqua, Località Selve 261 A, Monzuno www.gustavinopassalacqua.comwww.sergiopozzi.com
Dormire a Madonna dei Fornelli: nulla da segnalare
Cenare a Madonna dei Fornelli: nulla da segnalare

Note a Margine
Amico A: non chiedere mai ad un oste pubblicitario scrittore se il panino con la mortadella è normale, perché la mortadella non è mai normale, è speciale, della fattoria speciale con l’ingrediente speciale, curata in modo speciale e speciale anche da mangiare.
Amico M: non chiedere mai come dolce un cremino ad un oste pubblicitario scrittore, perché ti prenderà bellamente in giro e contrasterà la tua puerile richiesta con una gustosa crostata con marmellata dall’ingrediente speciale e un vino bianco dolce, ovviamente speciale.
Il vino bianco speciale è stato offerto dall’Oste. Grazie Oste!
Amico A: non metterti la maglietta da camminata di colore bianco, perché in cima al monte verrà immediatamente assalita dai famosi moscerini amanti del bianco. Curiosi questi micro-moscerini biancofili: Piero Angela spiegaci tu!
Le pale eoliche hanno un effetto ipnotico, ma passandoci sotto c’è la sensazione che si stacchino e cadano esattamente nel punto di transito.
I piedi resistono, vanno incremati ma resistono, per ora nessuna vescica.
Il profumo di pesca della crema per i piedi è sempre più fastidioso e cominci a sentirlo ovunque.
Come è possibile che il barista dell’albergo, gestore dell’adiacente minimarket frutta e verdura, giocatore di scopa al tavolo sotto il portico, zio di Figlio Operoso, serva a 4 viandanti assetati solo un birra Moretti da 66?
I ragazzi hanno sete, si trattengono e si fermano alla seconda, ma solo per una dannata voglia di doccia e bagno schiuma profumato.
Un appunto: leggere prima o poi un libro di Sergio Pozzi, per curiosità.
Ma è Sergio Pozzi che sulla locandina scimmiotta Faletti, o Faletti che scimmiotta Sergio Pozzi?
Non chiedere mai agli abitanti di Madonna dei Fornelli se la meta prevista della prossima tappa, Sant’Agata del Mugello, 35 km più in la, con il passo della Futa in mezzo, sia troppo lontana, perché risponderanno che è esageratamente lontana, praticamente impossibile.
Non chiederlo mai, a meno che la negatività della risposta non sia lo stimolo per farcela.
Ma questa, è un’altra storia.

Il sentiero degli Dei – Da Bologna a Firenze, quattro e passi e qualcuno di più. Prima tappa Bologna Stazione – Badolo

La pioggia, il fango, la pace e una ottima cena

Premessa

Il freccia rossa è in ritardo, ma questa volta non devi avvisare il cliente.
In ritardo di un’ora, il tempo dei passi non si misura con il ticchettio di una lancetta, ma con la cadenza del prioprio incedere.
Scendi dal treno, cappuccino e brioche, via le semi gambe dei pantaloni e il barista curioso che si chiede cosa diavolo ci facciano quattro tipi strani iper zainati, vestiti da scalalata dolomitica, in centro città.
Non resiste e domanda se fosse prevista neve, a giugno, perchè vede le racchette da tracking e le scambia per racchette da sci da fondo.
Le avesse scambiate per racchette da tennis avrebbe avuto più senso.

Zaino in spalla, forza, che Firenze aspetta.
L’uscita da una Bologna uggiosa e umida è il degradare del centro che si fa periferia, poi parco verde e lungo Reno, con la puzza di acqua stantia e umidità e zanzare a far da compagnia. Qualche podista con i-pod di ordinanza, un gruppo di ciclisti con montain bike e poco altro.
E una gatta nera nera che ti segue nella macchia, ma non sei Sandokan e lei non è una pantera e la perla di Labuan è a casa che lavora.
Fai il verso di richiamo dei gatti, si avvicina e fa le fusa, esemplare libero, segue per un po’, vuole cibo ma non c’è trippa per gatti.
I rumori della città si fanno lenti e lontani, sottofondo fastidioso ma è solo questione di attendere che i passi facciano il loro dovere.

Il resto è un lento avvicinamento alla meta di giornata, bosco e asfalto, asfalto e bosco, con le gambe che non hanno ancora preso il ritmo giusto.
L’argilla si impacca sotto le scarpe e rallenta l’incedere, nessun problema è solo questione di pazienza, la pazienza della mente che comincia a svuotarsi.
Arrivo serale a Badolo, B&B delle Valli.
Adriano da il benvenuto, la sua lupa cecoslovacca AYSHA e il piccolo – si fa per dire – figlio illegittimo AREO abbaiano, ma è il loro modo di salutarti.
La casa di Adriano è semplice, ma il salotto e la cucina diffondono ospitalità.
Prima di cena, un prosecco di Valdobbiadene scioglie la distanza fra sconosicuti.
All’orizzonte verde di collina, una volpe e un capriolo ti ricordano che la vita non è solo tangenziale.
Il dopo cena, in giardino, è un cielo rasserenato che rinfranca la confidenza.
Adriano peace&love, hai lasciato la città, desiderio di vita semplice, “autarchica” l’hai definita.
I figli che suonano nel granaio ristrutturato.
La lupa AYSHA ascolta i racconti e rivive la sua fuga con il molosso della casa all’angolo, l’agguato a qualche pecora e il ricordo della notte brava sagomata nel pelo nero nero nel figlio Areo, lupo bastardo. Ma non temere, la paura è solo nel colore.
Buona fortuna e buona vita Adriano,
perchè nella vita esistono molti modi e molti possono funzionare.

Coordinate di tappa:
B&B delle Valli, Via delle Valli, 16 – Sasso Marconi – Zona Badolo
Rumba de Bodas, il gruppo dei figli di Adriano – http://www.myspace.com/rumbadebodas
Antica Hostaria della Rocca di Badolo, Via Brento 2, – Sasso Marconi – Zona Badolo

Note a Margine:
Lungo il percorso, quasi all’arrivo c’è la vite centenaria: bella la vita centenaria, come no!,bella davvero!

Un cartello da ricordare: “Attenti al cane, morde. Se è libero, non scendete dall’auto!” … già peccato che noi si è a piedi!
Cena ottima, casalinga, evviva lo gnocco fritto, del buon vino e una gustosa costata: i ragazzi hanno fame.
A Badolo si scala la falesia, rarità Appenninica.
Due palline da tennis, dentro un calzino, posizionate esattamente nella parte posteriore del cranio, perfettamente simmetriche rispetto all’asse del corpo, infondono un grande rilassamento e abbassano di quasi due gradi la febbre: da provare!?
I piedi sono integri, nessun segno di vesciche.
La crema piedi funziona, ma sa di pesca e non è il massimo.
Le scarpe nuove fanno il loro dovere.
E., compagno di camera, russa ma non troppo.
Il sole del giorno dopo si fa attendere, ma questa è un’altra storia.

Il sentiero degli Dei – Da Bologna a Firenze, quattro e passi e qualcuno di più – Premessa

Il primo passo è solo una questione di testa.
Predisporsi allo sforzo, non temere di non farcela, farlo e basta.
C’è una lista da spuntare, qualche giorno di ferie da strappare, valutare l’abbligliamento, alleggerire.
“Viaggiare leggeri”, regola base, lasciare il superfluo, scaricare peso.
Chi viaggia in cammino lo sa.

Il futile è scomodità certa, dolore aggiuntivo alle spalle.
Ultimo controllo, c’è tutto e c’è la stramaledetta sensazione di aver dimenticato qualcosa.
Le mappe, il percorso, l’andata e il ritorno sono programmati.
Gli amici hanno definito, valutato, soppesato, 3 ingegneri, nessun rischio, c’è solo da tenere il passo, nien’altro.
Calzare le scarpe, zaino sulle spalle.
Partire.