Lucca – Siena. Quattro passi sulla Francigena. Seconda tappa: Altopascio – San Miniato

E’ come quando finalmente arrivi al mare, è un anno che lo aspetti il momento, gli ultimi giorni prima della partenza sembrano lunghi lunghi, quasi a raddoppiare o triplicare, e poi finalmente il viaggio in macchina, la sistemazione dei bagagli, indossi il costume, una mano di crema solare, l’infradito e il telo da spiaggia.
Sei pronto, rimane solo da uscire dalla stanza dove sei alloggiato, pochi metri e quindi finalmente gustare il piacere della sabbia sotto i piedi, del sole che scalda, dei ragazzini e dei loro castelli di sabbia sul bagna asciuga.

Sei pronto e proprio mentre stai per impugnare la maniglia e aprire la porta della stanza, senti un rumore che proviene da fuori, lo ascolti bene, vuoi essere sicuro e alla fine ti convinci.
E’ la pioggia, che cade abbondante.
E’ la pioggia che rimanda improvvisa l’inizio, quello vero.
La pioggia è attesa.
Sei al mare e devi attendere il bagno, i tuffi, il sole, la sabbia.
E’ attesa.
La seconda tappa, Altopascio – San Miniato è semplicemente attesa.

Tutt’attorno c’è il sole e il tepore del giorno precedente che ormai puoi definire caldo.
E’ il primo caldo, il primo della stagione, lentamente sale la temperatura, e sale l’impazienza, sale l’attesa.
L’attesa di spaziare lo sguardo fra colline, ulivi, vigne, l’attesa di immergersi con i ritmi dilatati del cammino nella Toscana Toscana.

Ma è previsto.
E’ previsto che all’inizio sia ancora asfalto, con le articolazioni che percepiscono l’impatto, danno già segni di logorio ed è solo il secondo giorno. Così è.

L’inizio è un tratto di provinciale, non molto lungo in verità, con le auto e i camion che sfrecciano, e tu e i tuoi compagni, in direzione opposta, ostinata e contraria, con le racchette da cammino, lo zaino e i vestiti da trekking.
Auto e camion e uomini a piedi, ti senti fuori posto, l’amico M allunga il passo, è affrettarsi per togliersi dalla strada.
Si vuole bosco. E bosco è, di lì a poco.

Finalmente il segnavia indica a una svolta a destra, un tratto di sterrato, finalmente lungo, finalmente terra e un po’ di natura intorno, finalmente.
Si comincia a respirare, il rumore del traffico decresce, il tracciato comincia a ondularsi, il piacere del cammino aumenta.

E’ come quando sei al mare, sei in stanza, guardi fuori, piove ancora ma in lontananza, poco sopra l’orizzonte, compaiono i primi squarci di cielo sereno.

E’ così questa giornata, alternanza di asfalto e prato, strade secondarie e campi verdi e in lontananza le colline che fanno capolino, sorridono a modo loro e ti danno appuntamento al giorno successivo.In alternanza, con prevalenza di asfalto, si arriva dopo 25 km, che sembrano molti di più, a San Miniato. L’ultimo sforzo è la salita verso il centro del paese e al centro del paese c’è la torre. A e M vogliono salire, sei stanco, non ti va, i piedi protestano, ti lasci convincere.
E lassù in cima alla torre, con la ragazza dei biglietti che si lamenta di essere ormai in chiusura ma che concede comunque la salita, lassù in cima alla torre lo sguardo è a 360°C, lo sguardo è il domani, lo sguardo è verde di colline, marrone diseguale di aratura, bianco di case e rosso di coppi di tetto, lo sguardo è la Toscana Toscana.
L’attesa è finita.

E’ come quando sei al mare, ha appena smesso di piovere, è ormai sera, non puoi più fare il bagno, in stanza ti sei annoiato tutto il giorno, eppure ora puoi uscire, è l’ora dell’aperitivo, dell’aperitivo in spiaggia, guardi il mare, il bagna asciuga ormai deserto e il giornale locale aperto sulle previsioni meteo del giorno dopo.
Sereno e caldo. Caldo e sereno.
Domani si comincia davvero.

Giù dalla Torre, prima di raggiungere l’agriturismo, una breve sosta al bar.
Cosa si beve? Chinotto?
“Tre birre, grazie”
Non c’è il chinotto, della cedrata non ci importa.
Una bella birra fresca a lavar via la polvere.
Ogni tappa ha l’aperitivo che si merita.
E’ un assunto, non serve discutere.

Arrivi all’agriturismo, è bello l’agriturismo, ulivi e vigne, la piscina, immancabile, e sullo sfondo al tramonto la semplice armonia della natura.
Tolte le scarpe e le calze, i piedi nudi respirano a dita divaricate, per prendere più aria possibile.
Ti aspetta la cena, in compagnia di amici toscani di M, un po’ di vino rosso, carne e il piacere della vacanza, del distacco e dell’esserci semplicemente.
Percepire il proprio corpo e solo quello.
Percepire il proprio corpo in assenza.
In assenza dei pensieri.
E’ il potere analgesico della natura.

Coordinate di tappa:
Agriturismo Marrucola: via Calenzano, 40/42 – San Miniato (PI) – http://www.marrucola.it
Ristorante Collebrunacchi:  Via Collebrunacchi, 6  – San Miniato Pisa – http://collebrunacchi.it

Note a margine:
E’ una forza della natura Ezio. Chiudi gli occhi e senti la parlata toscana, quasi eccessiva, toscana e divertente, squillante. Hai gli occhi chiusi eppure lo immagini il suo sorriso.
Apri gli occhi e lo vedi Ezio, ha la carnagione scura, non è abbronzatura, è carnagione scura.
Ezio è etiope, il padre Toscano per anni in Etiopia, una moglie locale e poi il ritorno con la famiglia nella terra natale.
Ezio è il gestore dell’agriturismo, i locali per gli ospiti erano l’officina per le macchine agricole, e ora sono stanze con soppalco affacciate sulle colline di San Miniato.
E’ bello il tuo agriturismo Ezio, bella la tua accoglienza, simpatica spontaneamente, bello il tuo offrici un bicchiere di rosso, gustato prima della cena.
Ritornare è una piacevole possibilità.

“Per me, piccione” l’amico M è sicuro del fatto suo, è deciso, per secondo il piccione arrosto, al ristorante, sperso fra le colline, raggiunto in auto con gli amici del posto.
La cameriera è decisa “guardi che per il piccione ci vogliono 50 minuti”.
M è deciso “Non c’è problema”.
La cameriera è decisa ”io lo dico perché poi mi vede passare con gli altri piatti e magari mi dice …ma il piccione dov’è? E’ ancora in volo su San Miniato?”.
Ma con tutto il ben di dio che offre il ristorante, caro M, c’è proprio bisogno di mangiarsi il piccione?.
E’ carne rossa, ho capito! Ma vuoi mettere una sana tagliata!

Al mattino, Ezio dell’agriturismo, come da nostra richiesta ci prepara i panini.
E’ gentile Ezio, sono compresi nel prezzo, cambia poco, ma il gesto lo apprezziamo.
Già i panini, i panini che ci salveranno nella tappa più lunga, la terza, San Miniato – San Giminiano, una tappa che ne fonde due. Una tappa da camminare tutta fino in fondo, per 36 km.
Era attesa.
E’ arrivata.

SMS a chi non c’è:
Arrivare nel classico agriturismo fantastico toscano, nella toscana che ti immagini, finalmente, con il gestore che parla toscano, maremma!, ma è etiope. Gambe durissime anche con tappa non troppo dura. Oggi 26 km e domani 10 in più e già le prime vesciche. Troppo vecchi per queste cose?

Lucca – Siena. Quattro passi sulla Francigena. Prima tappa: Lucca – Altopascio.

In tre, l’amico E questa volta percorre un altro sentiero, a ognuno la propria strada.
Il sentiero degli Dei quasi un anno fa, e in un anno può non cambiare nulla o può cambiare quasi tutto.
Quasi tutto è la risposta, ma la domanda, la domanda non serve porla se hai già la risposta.

Lucca – Siena, 5 giorni, 130 km, 4 notti, 3 amici, molti pensieri da liberare e pace da assorbire per non pensare, almeno per un po’.
Camminare, un passo dopo l’altro, è fare ordine, svuotare tutti i cassetti, buttare le cose inutili, ritrovare oggetti smarriti e assaporare il gusto agrodolce dello spazio vuoto.
E lasciarlo vuoto il più a lungo possibile, lo spazio, fino al momento di rimettere tutto al proprio posto, ordinato e preciso, esattamente come piace, almeno per un attimo, un attimo solo, l’attimo prima che la vita torni a mulinare emozioni e disastri, costrizioni e sorrisi, dovere e ribellione, vento gelido e profumo di erba bagnata.

La prima tappa, Lucca – Altopascio, 18 km, prevedi un assaggio, tanto per riprendere confidenza.
Sveglia all’alba in Toscana, località di mare, ospite dell’amico M, quindi direzione Siena, l’arrivo, lasciare l’auto, treno fino a Lucca e quindi partire.
L’avvicinamento assonnato a Siena in auto è un antipasto, il cielo è grigio un po’, le colline sono vestite di verde, verde diseguale e ondulato e collinoso, il mare alle spalle.

Siena, troppo presto per un giro, che poi il giro lo gusterai alla fine del viaggio, mai mangiare il tiramisù’ prima dei pizzoccheri.
Firenze, è solo un cambio treno.
Lucca, la partenza, prima una visita, non c’è fretta, quattro passi, un caffè e via.

Si parte.
Zaino in spalla, i segnali sono chiari, lenta uscita dalla città, sotto i piedi asfalto.
Il tracciato è piano, alcuni tratti lungo la provinciale, poi su strade secondarie, sotto i piedi asfalto.
Il paesaggio intorno non aiuta, campi e case e capannoni, capannoni campi e case, sotto i piedi asfalto.
Ogni tanto oltrepassi un paese, è il 25 aprile, poca gente in giro, il baretto del centro con poche persone annoiate a tirar sera, la piazzetta vuota, qualche ragazzino al parchetto, sotto i piedi asfalto.
L’unica curiosità sono le brutture edili, accozzaglia incoerente, colori accostati da uno stilista alcolizzato, modernità così moderne da far rimpiangere le caverne, sotto i piedi asfalto.Camminando sale il desiderio, il desiderio della Toscana Toscana, quella che ti immagini, quella da cartolina, quella delle colline con sopra il casolare e il vialetto di accesso lungo e sinuoso contornato da cipressi.
Devi essere paziente, la bellezza non la puoi comprare, non la puoi toccare senza sforzo, la bellezza fa sudare, la bellezza la devi conquistare, a piccoli passi, uno dopo l’altro.
Altopascio arriva, sei stanco, eppure i chilometri non sono molti, ma l’asfalto sotto i piedi si fa sentire.

Prima dell’albergo, una breve sosta al bar.
Cosa si beve? Chinotto!
“Tre chinotti, grazie”
Non c’è il chinotto, il ripiego è la cedrata.
Ogni tappa ha l’aperitivo che si merita.
E’ un assunto, non serve discutere.

La doccia in albergo è il solito toccasana, ma la mente è già a domani.
Previsto ancora asfalto.
Prevista Toscana Toscana, non molto, giusto un po’.

Coordinate di tappa:
Nessuna.
L’albergo non merita menzione, la cena neppure.

Note a Margine:
Sul treno, poco prima di Lucca, una donna parla al telefono come se fosse al megafono, parla con la madre mentre il figlioletto implacabile “mammina mammina fammi parlare con nonna”.
La comunicazione al megafono dura un po’ poi tutto tace. I soliti maleducati al telefono: conclusione troppo sbrigativa.
Sul treno, poco prima di Lucca, l’amico M fa una considerazione ad alta voce che ci costerà cara: “Pistoia è famosa per i vivai, ma non pensavo che i vivai fossero così in mezzo alle case”.
L’insegnate non aspettava altro! L’insegnante? Ma quale insegnate? Ma certo, la donna megafono, proprio lei, attacca bottone alla grande e senza chiederci nulla, senza chiederci ilchidadovecomeperchèquantoquandocomemai, senza nulla di tutto ciò, si lancia in una lezione in stile scuola elementare sulle bellezze della Toscana, intercalando costantemente “perché io sono insegnante”. Non si fiata, al massimo si annuisce un po’, giusto per non fare gli scortesi, dura un po’ la lezione, finché si arriva all’apice “perché se vi piace l’archeologia, c’è Populonia”.
A questo punto l’amico M vuole scendere dal treno, conosce la Toscana come le sue tasche, a Populonia, poco distante da lì, ha passato tutte le estati della sua vita.
Vuole scendere dal treno M, c’è la fermata di Altopascio, proprio quella dell’arrivo e anche all’amico A vien voglia.
Si rimane.
Era un messaggio, la vita ci ha mandato un messaggio “scendete che non serve la prima tappa”.
La vita ci manda sempre messaggi, il problema è saperli leggere.

Alla sera in albergo, con l’amico M scendi per capire cosa si può’ magiare: lo chef mostra sicurezza “La mia specialità è pasta cacio e pepe!”. M ama la pasta cacio e pepe, è un suo piatto forte.
Si fa, si cena in albergo, anche perché l’alternativa è almeno a 2 km di distanza.
La pasta arriva, arrivano le farfalle cacio e pepe.
Alla vista delle farfalle l’amico M ha un tracollo, guarda indignato il piatto bramando i pici.
L’amico M mangia, ha troppa fame, fa la scarpetta, l’amico M, ha troppa fame.
Amico M, non è sempre domenica!.

Al mattino, a colazione, la bionda tedesca del tavolo affianco carica il tostapane, quello con gli elementi innestanti all’italiana. Il pane ormai cotto non salta fuori, alla tedesca, e allora la bionda prende una pinza metallica in dotazione per la presa delle brioche e cerca, inserendola nel tostapane, di rimuovere le fette ormai cotte.
Un bradipesco e inorridito cameriere la bloccherà ad un passo dal suicidio.
Elettrocuzione è il termine tecnico.

SMS a chi non c’è:
Lucca – Altopascio, relax dopo la doccia, tappa brutta, asfalto, asfalto, asfalto, fra case e capannoni. Era previsto. Si poteva evitare. Domani si aspettano campi e colline. Domani si aspetta la toscana toscana. Domani.

Riflessioni su un padre

Fuori, sulla recinzione a sbarre sottili c’è un drappo.
Il drappo è grigio.
Dove il drappo finisce, c’è un cancello, un cancello di una villetta qualunque in un paesino di provincia qualunque in un giorno qualunque.

Il cancello è aperto, oggi non serve suonare.
La porta di ingresso è aperta, oggi non serve bussare.
Sali la rampa di scale che porta al primo piano, voci diffuse e sommesse.
Sono anni che non percorri quella scala, sono passati anni eppure la ricordi esattamente come era e come ancora è.

Lui è lì, più alto di te, più grigio di te, molta vita è trascorsa dall’ultima stretta di mano ma l’amicizia c’è ancora, nonostante la lontananza, la diversità e la casualità del tempo.
L’amicizia c’è ancora.
L’amicizia è un abbraccio, semplice, spontaneo, quel che serve e quel che basta.

Suo padre è nella stanza affianco, orizzontale, cadaverico, immobile.
La stanza ha le tapparelle abbassate, la luce accesa fioca.
Condoglianze, strette di mano, preghiere, sorrisi abbozzati e sguardi bassi.
E’ la dimensione del lutto.

Ti aveva raccontato che le speranze erano vane, che era solo questione di tempo, che si sarebbe lottato ma il traguardo era chiaro e non era quello atteso.
Così è stato.

Quello che rimane è un figlio che si è messo sulle spalle la famiglia e la sofferenza, ogni domanda, ogni speranza rivolta a lui, e se sei medico non c’è scampo, è così e basta.
Quello che rimane è un frase del padre al figlio “siamo rimasti io e te in cordata, all’ultimo”.
Quello che rimane, all’ultimo, è un padre e un figlio, la possibilità dell’ultimo saluto e la consapevolezza dell’ultimo saluto, opportunità e condanna.

Sulla via di casa, pensi a tuo padre che ti aspetta e pensi al vuoto che sarebbe, ma è un vuoto che andrebbe riempito con quello che sei, quello che semplicemente sei, perché un padre ti ha cresciuto, protetto e allevato e ti ha permesso di essere quello che sei.

C’è un tempo in cui un padre si occupa del figlio, c’è un tempo in cui il figlio si occupa del padre e c’è un tempo in cui la vita fa il suo corso e non ti è concesso giudicare ma solo prendere atto.
Questo tempo è il tempo del distacco e se sei fortunato è anche il tempo di uscire all’aperto, respirare a pieni polmoni, alzare la testa e sorridere alle nuvole bianche che scorrono orgogliose.

La lettera del Bianco

Lightown, lì 30.03.2012

Io benedico.
Io B E N E D I C O,
scandisco bene le parole perché voi possiate comprendere bene e a fondo il mio messaggio.
Io benedico, non serve urlare, proclamare, innalzare canti al cielo, non serve.
Io benedico con tono semplice, naturale, senza fatica, senza nessuna fatica come un soffio, come un sussurro.
Io benedico e lo faccio sempre e comunque, anche quando l’evolvere naturale degli eventi lascerebbe presupporre tutt’altro.

Lo so, “impossibile!” state pensando, lo so.
Io sono allenato, mi viene facile, io benedico e tutto va al suo posto, i pezzi del puzzle si muovono, si mischiamo, si scontrano, si incontrano e infine trovano la loro naturale collocazione.

Io benedico, da molto tempo, moltissimo, io benedico così spesso che ormai sono il Bianco e mi piace essere il Bianco e mi piace che mi chiamiate il Bianco. Mi piace.

Io benedico ogni giorno, io benedico questa terra armoniosa e stupefacente, questo cielo infinito e liquido che diluisce se stesso nello spazio cosmico, io benedico il mantello verde e bianco delle montagne in primavera, io benedico la pelle d’oca di lago al montare delle brezze di valle, io benedico il sapore salato dell’orizzonte marino, io benedico la luna piena che fa scintillare i contorni del mondo notturno, io benedico la notte che rilassa e accheta, io benedico la luce dell’alba che si diffonde e diventa via via più intensa fino a regalare il buon giorno quotidiano, io benedico le mille sfumature violacee dei tramonti mozzafiato invernali, io benedico me stesso perché ci sono e sono vivo, vivo in ogni millimetro della mia pelle.
Vivo, sempre e comunque.

Lo so, non mi credete, lo so.
Eppure, eppure l’avete sentito il tepore rassicurante di questi primi giorni di primavera che si diffonde nelle vostre ossa, e la luce, la luce che è tornata viva e brillante e i primi alberi in fioritura e il maglione di lana legato in vita e le maniche lunghe rimboccate e il piacere dello spazio aperto, dell’esterno.
L’avete mangiato il primo gelato, l’avete bevuta la prima birra serale fuori dal bar all’ora dell’aperitivo, l’avete fatto.

Lo so, non nascondetevi, lo so che in quel momento, in quel fulmineo istante, eravate felici e proprio in quell’attimo di felicità avete benedetto anche voi.
Lo so, non ve ne siete accordi, lo so, è una questione di pratica, dovete diluire la felicità, dovete farlo, diluitela, lasciatela dilatarsi, lei, la felicità, riempirà gli spazi e mentre lo farà voi benedite, benedite anche la coda che tutti i giorni vi da il tempo di ascoltare la canzone preferita alla radio, di ridere del tipo nervoso che parla da solo e quasi tampona l’auto davanti, di osservare il make up completo della signora sulla Smart di fianco, di assaporare finalmente il sole che nonostante la gru dei lavori in corso, lo smog e il profilo geometrico e scrostato dei palazzoni anni settanta, nonostante tutto sorge e dipinge il cielo mattutino con pennellate d’autore, rendendo ogni giorno un giorno diverso, un’opportunità da cogliere, un’occasione da non lasciarsi scappare per imparare cose nuove, per essere diversi, per essere migliori.

Lo so, non mi credere, lo so, mi date dell’illuso, dell’ingenuo, qualcuno addirittura dell’ipocrita e del furbo, ma io non mi arrabbio, non serve, non serve a nulla, non porta a nulla.

Lo so, eppure dovete credermi, lo so, dovete esercitarvi, benedite, benedite e benedite e ribaltate la vostra visuale, siate voi a dare il senso alle cose, non lasciate che siano le cose a trasmettere un senso.
Le cose non ce l’hanno un senso, le cose sono e basta, siamo noi che le rendiamo belle o brutte, buone o cattive, le cose sono e basta, siamo noi che gli diamo un senso, dipende da noi, solo da noi.

Benedite e la vita sarà più semplice, perché la vita è più semplice di quel che credete.
Benedite, è facile, benedite e tutto sarà diverso e migliore e ci sarà del buono e del bene in ogni cosa, anche in quella che prima vi sembrava la più insignificante ed inutile e da questa, da questa piccola e insignificante cosa, trarrete ossigeno prezioso per far respirare a pieno regime i vostri polmoni, per far scorre il sangue rosso vivo nelle vostre arterie e sentivi vivi e vivere vivere vivere ogni singolo preziosissimo istante della vostra vita.

Io respiro.
Io sono vivo.
Io lo faccio, io benedico.

Io sono il Bianco.
e questo è il mio testamento.

Con affetto
Il Bianco

La lettera del Grigio

Nowhere, 23.03.2012

Il Grigio, voi mi chiamate così, mi chiamate il Grigio, ma il Grigio ma non è il mio vero nome, e a voi non importa del mio vero nome.
Mi chiamate così perché non ho rifiutato, non ho rifiutato e avete continuato a chiamarmi così e così ora sono il Grigio.
Mi chiamate il Grigio, non ho rifiutato, perché così è la vita, la mia quasi sicuramente e forse anche la vostra. 

La vita, la mia, è prima di tutto il frutto di quello che non rifiuto e quasi mai rifiuto.
Perché dovrei rifiutare?
Certo dico di no, molte volte, ma dir di no non vuol dire rifiutare.
“Vuoi un caffè? No, grazie magari sarà per un’altra volta!”, questo lo posso dire.
Rifiutare è altro, quasi sempre.
Rifiutare vuol dire ragionare, valutare, vagliare, lottare, opporsi, contrastare e tutto questo costa fatica, tempo, e spesso umiliazioni e spesso, quasi sempre, sconfitta. 

E così, senza rifiutare, senza rifiutare quasi mai, per differenza ho cominciato ad accettare, o meglio voi avete creduto che accettassi, perché semplicemente non rifiutavo.
Mi chiamate ottimista, ma non credo di esserlo, so solo che non sono pessimista perché il pessimista per definizione rifiuta, rifiuta l’ottimismo e quindi non sono ottimista. 

Sono il Grigio
o meglio voi mi chiamate il Grigio,
voi che vi sorprendete quando tutte le mattine non rifiuto, non rifiuto la coda che mi aspetta per andare al lavoro, non rifiuto il tempo passato in coda a cercare il posto auto, non rifiuto l’auto che mi ruba il posto auto mentre aspetto che l’auto parcheggiata lasci libero il proprio posto auto, non rifiuto la coda al bar in pausa mensa, non rifiuto.
“Ma come fai?” mi chiedete.
Se rifiutassi, come potrei affrontare la coda del ritorno, la coda del supermercato per la spesa serale, come potrei semplicemente vivere?

Questo è il mio trucco, quasi sempre.

Voi mi meravigliate di come faccia a essere quel che sono.
Pensate che non sia reale, che non abbia spessore, che stia fingendo, perché non è possibile vivere così.
Eppure vivo e voi mi chiamate il Grigio.
Vivo, certo non mi si nota molto, ho un basso profilo, lascio perdere, mi sfilo e non rifiuto quasi mai.

Il rifiuto lo lascio a voi, lascio a voi la decisione, lascio a voi la rabbia, lascio a voi il nervosismo, la voglia di arrivare, la voglia di fare, la voglia di comandare.
Ho bisogno di voi, siete il caos nel quale svanisco.
Continuate pure con le vostre speranze, con i vostri obiettivi, progetti, attese, fate come volete certo non mi opporrò, ma una domanda ve la devo fare.
Non riesco a trattenermi.

Come fate ad arrivare a sera? Tutte le sere?
Voi l’avete un trucco per arrivare a sera? Tutte le sere?

Il mio trucco ve l’ho spiegato.
Non rifiutate, neppure la coda, che vi sembra inutile e ostile.
Non rifiutatela, non è la coda che vi opprime, siete voi che rifiutandola la fate diventare quasi sempre un mostro vorace del vostro prezioso tempo e delle vostre preziose aspirazioni.
Che poi, quanto mai saranno preziosi il vostro tempo e le vostre aspirazioni.

Il mio trucco ve l’ho spiegato.
Non rifiutate e tutto sarà quasi sempre molto più semplice.
Perché in fondo, la vita, quasi sempre, è più semplice di quello che appare.

Il mio trucco ve l’ho spiegato.
E voi l’avete un trucco per arrivare a sera?
Tutte le sere?

La lettera del Nero

Darktown, addì 29.02.2012

Io sono il Nero.
E io maledico.
E’ buio, lo sarà ancora per molto.
E’ quando sarà giorno, non cambierà nulla.

Profumo di dopobarba, lo stesso da trent’anni, infilato in un abito grigio, diverso da trent’anni e sempre uguale da trent’anni.
Barba perfettamente rasata, come si conviene, abito perfettamente stirato, come si conviene.
Ogni mattina, festivi esclusi, sono rinchiuso in una scatola di metallo con le ruote, superaccessoriata, grigio scuro metallizzato, ABS, EDB, aria condizionata, radio con i comandi al volante, interni in pelle neri, pulita, profumata al pino marino, elegante eppure sempre di una scatola di metallo si tratta, fatta per correre e sempre bloccata.

Prima, freno, folle, prima, freno, folle.
E’ buio, sempre di più, buio, ogni mese parto cinque minuti prima, per evitare la coda, rientro cinque minuti più tardi, per evitare la coda.
Sono in coda, sempre.
In coda al mattino,  uno stop dopo l’altro, in coda per il parcheggio, in coda in pausa pranzo, in coda alla cassa del supermercato, in coda in posta, in coda in banca, in coda al banco del pane, con o senza numero, in coda per entrare in coda.

E allora io maledico.
Maledico le macchine in coda, maledico quelli che ogni mese partono cinque minuti prima, maledico la signora dell’auto a fianco che si ripassa il trucco fra un semaforo e l’altro, maledico il manager dell’Audi dietro che sfoglia il Sole 24 Ore appoggiato al volante, maledico il furgone bianco dell’elettricista che fuma in cabina con gli altri due compagni, rinchiusi nel loro giubbotti blu da lavoro e il cappello di lana calato fino agli occhi.
Maledico il profumo di pino marino che fa puzzare la mia auto e fa a cazzotti con il mio dopobarba, maledico i comici cretini della radio che già alle sei del mattino ridono sguaiati alle proprie battute scontate e sgualcite, maledico il cartello dei lavori stradali, maledico i limiti di velocità, maledico le mail di spam sul mio telefono già dall’alba, maledico il gas di scarico del camion di fronte, maledico l’auto di traverso che vuol cambiare fila e cerca di farsi spazio, maledico lo scooter che passa in mezzo e fa il contropelo al mio specchietto, maledico il SUV bianco che sfonda sulla corsia di emergenza, maledico l’insegna al neon del negozio di divani sempre in svendita eccezionale, maledico la mia cravatta in tinta con le calze.
Maledico il mio orologio digitate da polso, che scandisce i secondi della mia giornata e il tempo della coda e il tempo della vita e il tempo della sconfitta, la mia e la vostra.

“Maledire è male”, chi l’ha detto? Non mi ricordo. Non mi importa.
“Bisogna saper trovare la bellezza nelle piccole cose”. Balle!

Io maledico, e lo faccio a voce alta, senza rabbia, maledico in ordine di importanza, maledico come se facessi un appello, e se mi vedete parlare nella mia auto in coda, non pensiate che stia parlando al telefono con il vivavoce, assolutamente no, non sto parlando, sto maledicendo.

La mia vita è in coda e io maledico.
La vostra vita è in coda e io maledico, la coda e voi.
Senza un voi non ci sarebbe la coda.

Io maledico e non c’è alternativa.
“C’è sempre un alternativa?”. Balle!
A voi che lo dite e credete di credere in quello che dite, io vi maledico.
Non provo nemmeno a convincervi, fatica sprecata.
La mia e la vostra, di fatica.
E maledico anche la fatica, perché se è inutile l’arrivo e inutile anche il percorso.
Non c’è da discutere, le cose sono molto più semplici di come appaiono.
La complessità è la giustificazione della sconfitta.

Per questo, io maledico.
Maledire è facile, maledire è puro e semplice, nessun ma, forse, casomai.

Io maledico
io maledico la coda
non c’è altra soluzione.

Io maledico
solo questo mi rimane.

Io maledico.
non c’è altra soluzione.

Il nero.

Digitare, prego

<<Digitare 1 per ufficio amministrativo, 2 per ufficio reclami, 3 altro>>
<<tre>>
<<Digitare prego>>
<<Ops, … ecco fatto>>
<<Digitare 1 per ufficio reclami, 2 per ufficio amministrativo, 3 altro>>
<<Ma come? è uguale a prima!?>>
<<Prego digitare>>
<<Tre, scusa scusa ora schiaccio. Ecco fatto>>
<<Digitare 1 per danni all’impianto, 2 per problemi alla linea, 3 per guasti>>
<<Ma cavolo, mi stai prendendo per i fondelli!>>
<< Digitare prego>>
<< Uhm, dunque, non saprei, forse 1, ma anche 2 potrebbe andare bene, ma forse 3 è meglio …>>
<<Digitare prego. Si ricorda al gentile utente che la tariffazione è a secondi>>
<<Sì, sì … uffa ecco, digito 2 e speriamo bene …>>
<<Digitare 1 per mancanza di linea, 2 per linea assente, 3 non so cosa digitare>>.
<<Cosaaaaaaa????>
<<Digitare 1 per mancanza di linea, 2 per linea assente, 3 non so cosa digitare>>.
<<Adesso basta! Io voglio parlare con un operatore. O P E R A T O R E!>>
<<Operatore non disponibile. Digitare prego>>
<<Non digito più niente. Ora aspetto che risponda un operatore>>
<<Digitare prego. In caso contrario la linea verrà scollegata>>
<<Eh no! Se cade la linea no … proprio no … ecco ora digito>>
<<L’utente ha digitato 3 “non so cosa digitare”>>
<<Ma va?>>
<<La richiesta non è sufficientemente chiara. La richiesta non può essere processata. La comunicazione verrà interrotta>>
<<Cosa?, no no aspetta ….>>
<<Si rammenta al gentile utente che la vostra chiamata è stata evasa nel tempo massimo previsto dal gestore. L’utente si ritiene soddisfatto del servizio>>
<<Evaso cosa? Soddisfatto? Ma che scherziamo? Lo ripeto. Esigo di parlare con l’oper…>>
<<Si ringrazia il gentile utente per aver usufruito del nostro servizio. Certi di esservi nuovamente utili. Buona Giornata>>
<<Pronto? Pronto? Prontooooooo ….>>

Wislawa Szymborska

“Come è possibile parlare d’un qualche ordine, se non è nemmeno possibile scostare le stelle e sapere per chi brilla ciascuna?

“Nulla accade due volte nè accadra. Per tale ragione si nasce senza esperienza, si muore senza assuefazione”

Wislawa Szymborska (2.7.1923 – 1.2.2012)

… quando non c’è nulla da aggiungere, ma proprio nulla …